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Inauguro oggi una serie di “reprint”, cogliendo l’occasione dell’evoluzione_migrazione del mio blog. Iniziamo con questo articolo su Giulio Paolini, apparso circa un anno fa. Buona lettura!Giulio-Paolini,-La-liberta,-1969-copia

_in: Doppiozero, 10.1.2013, qui

“…La tradizione cui Paolini fa riferimento ha nel magico candore della statua o nel disvelamento pittorico del volto divino il suo soggiogante compimento. Giunge fino all’artista irradiando, oltre che dal museo classico, da De Chirico e in parte Fontana. Colpisce che ancora oggi, o forse soprattutto oggi, Paolini estragga dal dizionario storico delle arti il termine di “sprezzatura” rivendicandolo per sé (per la propria opera) e per così dire indossandolo: termine che più di ogni altro connota storicamente l’attitudine manierista “al saper fare qualcosa di non detto, non dichiarato e tanto meno esibito, eppure capace di meravigliare per la sua inaspettata perfezione”.

Ricordiamo l’atteggiamento “preciso noncurante” che Schifano riconosce come proprio? Bene. Esiste una stagione nell’arte italiana tra fine Cinquanta e primi Sessanta che potremmo paragonare a una fioritura effimera e felice, apertasi nel punto esatto di intersezione tra metafisica, New Dada e monocromo: il giovane Paolini vi si inserisce al tempo in modo autorevole e tempestivo. Per un attimo si è potuto credere, giusto qui, proprio in Italia, che non esistessero distanze invalicabili tra tradizione classico-rinascimentale e contemporaneità, aura e ready-made, madrelingua e mainstream, eleganza e trivialità.

Una semplice tela bianca, come Disegno geometrico (1960), poteva contenere in “idea” le epifanie di tutti i musei del mondo; e lo “scatto” fotografico, l’“inquadratura”, potevano proporsi come metafora dell’illuminazione.
La presenza di Twombly a Roma incoraggiava inventive ricombinazioni dell’eredità culturale: “sprezzature” appunto. Quell’attimo è trapassato sin troppo rapidamente ma la validità di una proposta culturale permane…”

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Scrivo dell’ultimo libro di Tomaso Montanari, Istruzioni per l’uso del futuro (minimum fax) @Alfabetadue, qui

“La saggistica attraversa difficoltà crescenti, certo non solo in Italia. Gli editori chiedono racconto: solo l’intrigo poliziesco o la saga familiare sembrano poter sopravvivere alla tempesta industrial-culturale. Per uno storico dell’arte di formazione accademica si pone dunque la necessità di mantenere in vita la scrittura saggistica conferendole forme «altre» e (per così dire) avvolgendo in involucri narrativi il pensiero critico”.

Humanities

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Con Johan & Levi abbiamo pensato di raccontare qualche libro d’arte su YouTube. Qui parlo di Macchina e stella (e provo a sperimentare la mia convinzione: la critica d’arte è qualcosa che si fa per via di togliere). Buon 1’11”.

View original post

imageNon sono sicuro che il POP serva a “schivare la costernazione”, come si scrive, o piuttosto a produrla, ma certo sa essere divertente. Matthew Barney? Oh no. Le lascive matrone di Spartacus? Abbastanza. Donatella Versace? Pressoché. Lady Gaga è Afrodite in G.U.Y., girato nel castello hollywoodiano di William Randolph Hearst jr.

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Humaniores Disciplinae: “una proporzionata ragione di ciò che ci sta intorno”: mercoledì 9 aprile 2014, aula Sabatino Moscati, Dipartimento di Lettere e filosofia, via Columbia, 1

…A quali condizioni possiamo parlare di “innovazione” per le Humanities? E qual è il rapporto tra agenda di ricerca e contesti? Il discorso umanistico ha il vantaggio di un’estrema mobilità: può reinventare di volta in volta il proprio “oggetto” e non appare rigidamente vincolato a repertori immutabili o prefissati. Il dibattito sul futuro delle discipline storiche e sociali prefigura trasformazioni di rilievo mentre nuovi ambiti di ricerca dissolvono esauste barriere disciplinari…

Personalmente parlerò di teoria della critica e critica d’arte. Info quiqui [programma convegno]. Per la mia replica all’Appello in difesa delle scienze umane vd. qui

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Sul nuovo canale YouTube alfavisioni ecco il video in cui, con Stefano Chiodi, Andrea Cortellessa, Flavio Favelli, Emanuele Trevi, parliamo delle ragioni del convegno “Sapersi molto vicini”, tenutosi ieri @La Quadriennale di Roma; e da cui personalmente sono uscito sollecitato come di rado mi accade.

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_Artribune, 4.4.2014, qui “…Evitiamo lagnanze corporative. Proviamo invece a suggerire spunti di riforma. Quali politiche culturali per i musei di arte contemporanea? Le politiche di austerità incidono. Il modello Krens-Guggenheim di museo corporate è fallito assieme alle entusiastiche narrazioni neoliberiste sulla globalizzazione. Può sembrare discutibile destinare ingenti somme di denaro pubblico a musei che sembrano aver smarrito un ruolo civile per diventare concessionarie di gallerie e architetture da noleggio…”

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