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Books #3. André Chastel, “Il sacco di Roma” (con un malizioso cameo di Alvar Gonzales-Palacios)

26/08/2014

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Nel ricostruire con ammirevole ampiezza documentaria e abilità narrativa il sacco di Roma del 1527, André Chastel ha avuto il merito di richiamare l’attenzione sui tratti storici e stilistici di una scena artistica in formazione e di mostrarne l’irreparabile dispersione[1]. Ma la lettura del Sacco, testo di storia politica e sociale, di antropologia culturale e teoria dell’arte non meno che di “storia dell’arte”, induce a riflettere su taluni limiti o ambivalenze della cultura italiana della conservazione. Provvedimenti importanti a tutela dell’ingente patrimonio archeologico della città di Roma furono presi dal successore di Clemente vii, Pio iii, già nell’autunno del 1534, a distanza di pochi anni dal sacco. Si trattava certo di provvedimenti necessari, singolarmente smentiti, tuttavia, dalle estese demolizioni (anche di chiese) concepite in previsione della trionfale visita di Carlo v, nell’aprile del 1536. Più in generale, osserva Chastel, che rievoca anche i primi propositi di storia dell’arte italiana ad opera dell’umanista Paolo Giovio, l’enfasi storico-artistica si accompagnò al tempo all’esperienza dell’asservimento e al senso di un’intollerabile “vergogna” e disonore.

Venuti meno, con la catastrofe politico-militare che conduce all’occupazione della “città eterna” da parte di mercenari luterani e soldataglie italiane e spagnole lasciate senza capi, gli ambiziosi progetti politici coltivati da umanisti come Machiavelli o Guicciardini, i primi atti di tutela coincidono cronologicamente con la “fine della libertà italiana” e traggono dalle circostanze un’amareggiata nostalgia. Si cerca nel “patrimonio” un’improbabile compensazione al “senso di abbandono”[2]. Assistiamo a una “precoce celebrazione delle glorie locali”, conclude lo storico, “e l’esigenza di risarcimento attraverso l’arte si rivela incontenibile. Il generale ottimismo del Rinascimento è cosa del passato. Con il fallimento di un’egemonia ‘italiana’ si creano le condizioni più favorevoli perché la penisola rimanga ostaggio di celebrazioni immaginarie e vuote parate”. Dubito che il discorso antiquario oggi corrente sia in grado di emanciparsi dal cupo presupposto originario o combattere una malinconia pregiudiziale intrisa, come maliziosamente è stato scritto, di “vituperio”[3].

 

[1] André Chastel, Il sacco di Roma, Torino, Einaudi 1983 (1983), p. 221 e ss.

[2] La nuova generazione artistica riflette il mutamento. All’inventiva spregiudicatezza dei pittori emergenti attorno al 1525, da Parmigianino al Rosso, da Giulio Romano a Polidoro da Caravaggio e Perin del Vaga, subentra a cavallo del nuovo decennio l’affettazione “storicistica” di una generazione “il cui unico interesse”, commenta Chastel, “erano le antichità” (ibid., p. 222).

[3] Alvar Gonzales-Palacios, Gli autoritratti scarseggiano, in: Il Sole 24Ore, 24.8.2014, p. 27.

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