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Una democrazia ben funzionante può eleggere a propri rappresentanti professionisti della delusione? A mio parere no. Al lettore dell’intervista apparsa su Repubblica Tronti, ex comunista, ex operaista e oggi cultore del Tai Chi finisce per ricordare la figura di Esterina, fanciulla cantata da Eugenio Montale nella poesia <em>Falsetto</em>. Al pari di Tronti, Esterina (“grigiorosea nube”) oscilla tra fatua trivialità e celeste spensieratezza. Non conosce la figura della responsabilità: questa, afferma Montale, compete “a noi, della razza di chi rimane a terra”.

_L’Huffington, qui

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_in: Archivio per l’Antropologia e la Etnologia, CXL, 2010, pp. 33-51 (text by: Francesca Bigoni, Michele Dantini, Maria Gloria Roselli) 

ABSTRACT. Il Museo di Storia Naturale di Firenze ospita, nella sezione di Antropologia ed Etnologia, una collezione di oggetti raccolti in Sud America da Guido Boggiani. Esistono non pochi testi che indagano sul suo ruolo come viaggiatore ed etnografo: l’artista non ha invece ricevuto pari attenzione. Il passaggio di Boggiani, affermato paesaggista, all’etnografia è sovente descritto nei termini della “svolta” e della mutazione dagli storici: non sono adeguatamente considerate le continuità del percorso. Un aspetto interessante e finora ignorato della biografia di Boggiani è la relazione che questi intrattenne con Paolo Mantegazza, all’epoca riconosciuto come importante scienziato a livello internazionale, con un ruolo di indiscusso rilievo in campo antropologico e etnologico. Numerosi scritti di Mantegazza seguono e commentano il percorso professionale e umano di Boggiani. Il ritrovamento di una lettera autografa di Boggiani indirizzata a Mantegazza e datata maggio 1896 offre ora spunti preziosi per la ricostruzione delle burrascose fasi iniziali del rapporto e la particolare urgenza che acquista, al tempo, il confronto tra arte e etnografia. Nel manoscritto che pubblichiamo, Boggiani replica ad una non tenera recensione riservata dall’illustre studioso di antropologia e senatore del regno al suo libro Viaggi di un artista nell’America Meridionale: i Caduvèi. L’analisi della corrispondenza contribuisce a chiarire le differenze tra le due posizioni, a illuminare prospettive differenti tanto sull’etnografia quanto sulla prossimità o distanza tra ricerca sul campo e arte.

SUMMARY.  The Anthropology and Ethnology section of the Natural History Museum of Florence conserves a collection of South American ethnological objects made by Guido Boggiani. There are numerous studies on Boggiani as a traveler and ethnographer, but Boggiani the artist has not received equal attention. The shift of Boggiani from landscape artist to ethnographer is usually described as a radical change. However, it was a transition with temporal continuity. The transition is illustrated by an up to now ignored relationship between Boggiani and Paolo Mantegazza, an important scientist of the time, recognized internationally for his contributions to anthropology and ethnology. The writings of Mantegazza follow and comment on the professional and personal journey of Boggiani. A letter of Boggiani dated May 1896 and addressed to Mantegazza offers rare insights to reconstruct this process. The relationship between the two individuals was initially confrontational and allows us to understand better the link between art and ethnography. In the letter Boggiani replies to a severely critical review that the famous professor of anthropology and senator had recently published of his book, Viaggi di un artista nell’America Meridionale: i Caduvèi. An analysis of the correspondence helps clarify the difference between their two positions and sheds light on their differences not only on ethnography and field work but also on art.

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In occasione di Marcello, la nuova personale di Maloberti @RaffaellaCortese, abbiamo pensato a un dialogo sui rapporti tra arte e società, immagini e parole. Esce su Doppiozero, nella mia rubrica Bolle di sapone, dedicata all’arte italiana contemporanea, qui. L’intenzione dell’intervista era dolosa: volevo tenere Marcello sulla fiamma. Ma direi che lui regge più che bene. Qui un breve estratto con (para)selfie concepito per l’occasione 😉

 

MD: “Mia nonna”, scrivi, “la signora Emilia, è il mio angelo custode e musa, poesia allo stato puro”. Non mi dispiace questa tua pudicizia, questa malinconia liliale e sconsolata che conosco dai lavori giovanili. Posso dire? La trovo più arrischiata della posa “metrosexual”, e mi ricorda amarezze arcangeliane. Vogliamo aprire una piega biografica, ricordare qualcosa di tua nonna, dispiegarne il ruolo di “musa”?

MM: Parafrasando Pasolini potrei dire: i primi ricordi, le prime sensazioni, le prime esperienze formano il proprio immaginario. Ho sempre dormito con mia nonna, non avevamo spazio in casa dove dormire. Era una donna di grande forza fisica. Per non svegliarmi non accendeva la luce e sbatteva contro i muri. I suoi gesti, la sua vita erano poesia da leggere.

MD: Tu citi Pasolini, io ti chiedo: chi è la tua Callas?

MM: La mia Callas è Pasolini. O forse Donatella Rettore?

MD: Già, come confidi: “Io sono bionda come mi vuole la storia”.

Immagine 2

Ne parlo con Christian Caliandro e Lorenzo Canova sabato 4 ottobre @CUBO Centro Unipol BOlogna, piazza Vieira de Mello, 3, 40128 Bologna.

info qui

 

Florine Stettheimer

11/09/2014

florine

Marcel Duchamp, che le dava lezioni di lingua a New York, le aveva insegnato il turpiloquio in francese, ingannandola sul significato delle parole. In viaggio a Parigi, lei si rivolgeva al cameriere sussurrando “bite” o “con”: voleva un Martini. Nel frattempo dipingeva voluttuose immagini di noia e disertato desiderio femminile, mentre l’austera madre leggeva e una delle due sorelle costruiva la più meticolosa casa di bambole mai concepita. 

In vita non ha mai esibito né venduto un solo quadro. Oggi è riconosciuta come la più grande artista della prima metá del Novecento. Che dico? Pressoché di ogni tempo. Ecco Florine Stettheimer in tutto il fulgore crepuscolare di un Redon un po’ così, di un Peladan un po’ così, di un fauvismo un po’ così.

Florine: quasi un’Ofelia sopravvissuta a se stessa delusa che non sia valsa la pena di suicidarsi per Amleto.

Ne ho parlato un po’ nel mio Macchina e stellaqui. Ma mio avviso non resta che sciamare per le sale dell’esposizione *****


http://www.lenbachhaus.de/exhibitions/florine-stettheimer/?L=1.

Qui il mio editoriale @Artribune #20, settembre|ottobre 2014

column

E’ curioso. Tutti discutono sul tema dell’istruzione e, a leggere i giornali italiani, parrebbe che nel paese si fosse raggiunta una ragionevole unanimitá almeno su una circostanza: se l’industria italiana perde posizioni questo dipende dall’insufficiente qualificazione del “capitale umano”. Non dalla “scuola che non forma al lavoro”.

Lo ha detto Ignazio Visco a Cernobbio, lo scrive Edmund Phelps sul#Sole24Ore. In altre parole: un’industria che cresce si va a cercare i tecnici dove li trova. Non dipende certo dall’offerta nazionale. Ma l’industria italiana non cresce e non assume, né in Italia né altrove. Se lo sviluppo industriale italiano dei decenni passati ha trasformato molti operai in piccoli imprenditori, oggi volontá e duro lavoro non bastano più. Occorre avere la capacitá di cogliere il mutamento, cioè immaginazione: proprio la cosa che una rigida istruzione tecnica uccide. “E’ facile, ma pericoloso”, ammonisce Howard Gardner, psicologo cognitivo e scienziato dell’apprendimento, “concludere che in futuro ogni indirizzo formativo dovrà essere imperniato sulla matematica, le scienze e la tecnologia”.

Tutto chiaro per tutti dunque? Non proprio. Perché il best seller politico-educativo italiano dell’anno, brandito e celebrato da tutti i maggiori quotidiani nazionali, non è firmato da Visco né da Phelps né (poniamo) da Krugman, ma dall’attuale presidente di Assolombarda e giá responsabile Education [sic] di Confindustria, Gian Felice Rocca, leader di Techint etc. Si intitola Riaccendere i motori e risulta del tutto in controtendenza rispetto alla più autorevole opinione internazionale.

Per Rocca come per le innumerevoli teste d’uovo confindustriali – i soli in definitiva che la nostra classe politica sia davvero disposta a ascoltare – ci sono troppi laureati nel paese. Il progetto è dunque quello del “paese dei periti”.

Qual’è la morale della fiaba? Questa. Se altrove ci si preoccupa di sostenere l’innovazione, dunque l’occupazione qualificata e meglio retribuita, in Italia si preferisce retribuire meno il lavoro. E’ chiaro che un tecnico costa meno, in ingresso, di un laureato: il 15, 20 o 30% in meno. Possiamo considerare questa differenza come l’equivalente di una vigorosa svalutazione competitiva: l’ancestrale risorsa del cummenda italiano. L’ingresso nell’euro ci impedisce di svalutare? Bene. Dequalifichiamo l’offerta di lavoro.

Secondo voi: a quale dei due punti di vista terrá fede la riforma della scuola preannunciata dal premier, dal titolo “la Buona Scuola”?

http://www.roars.it/online/teaching-vs-research-universities-il-punto-di-vista-di-gianfelice-rocca-su-anvur-universita-ricerca-e-innovazione/

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