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Guido Boggiani (1861-1902) nel Gran Chaco amazzonico

26/09/2014

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_in: Archivio per l’Antropologia e la Etnologia, CXL, 2010, pp. 33-51 (text by: Francesca Bigoni, Michele Dantini, Maria Gloria Roselli) 

ABSTRACT. Il Museo di Storia Naturale di Firenze ospita, nella sezione di Antropologia ed Etnologia, una collezione di oggetti raccolti in Sud America da Guido Boggiani. Esistono non pochi testi che indagano sul suo ruolo come viaggiatore ed etnografo: l’artista non ha invece ricevuto pari attenzione. Il passaggio di Boggiani, affermato paesaggista, all’etnografia è sovente descritto nei termini della “svolta” e della mutazione dagli storici: non sono adeguatamente considerate le continuità del percorso. Un aspetto interessante e finora ignorato della biografia di Boggiani è la relazione che questi intrattenne con Paolo Mantegazza, all’epoca riconosciuto come importante scienziato a livello internazionale, con un ruolo di indiscusso rilievo in campo antropologico e etnologico. Numerosi scritti di Mantegazza seguono e commentano il percorso professionale e umano di Boggiani. Il ritrovamento di una lettera autografa di Boggiani indirizzata a Mantegazza e datata maggio 1896 offre ora spunti preziosi per la ricostruzione delle burrascose fasi iniziali del rapporto e la particolare urgenza che acquista, al tempo, il confronto tra arte e etnografia. Nel manoscritto che pubblichiamo, Boggiani replica ad una non tenera recensione riservata dall’illustre studioso di antropologia e senatore del regno al suo libro Viaggi di un artista nell’America Meridionale: i Caduvèi. L’analisi della corrispondenza contribuisce a chiarire le differenze tra le due posizioni, a illuminare prospettive differenti tanto sull’etnografia quanto sulla prossimità o distanza tra ricerca sul campo e arte.

SUMMARY.  The Anthropology and Ethnology section of the Natural History Museum of Florence conserves a collection of South American ethnological objects made by Guido Boggiani. There are numerous studies on Boggiani as a traveler and ethnographer, but Boggiani the artist has not received equal attention. The shift of Boggiani from landscape artist to ethnographer is usually described as a radical change. However, it was a transition with temporal continuity. The transition is illustrated by an up to now ignored relationship between Boggiani and Paolo Mantegazza, an important scientist of the time, recognized internationally for his contributions to anthropology and ethnology. The writings of Mantegazza follow and comment on the professional and personal journey of Boggiani. A letter of Boggiani dated May 1896 and addressed to Mantegazza offers rare insights to reconstruct this process. The relationship between the two individuals was initially confrontational and allows us to understand better the link between art and ethnography. In the letter Boggiani replies to a severely critical review that the famous professor of anthropology and senator had recently published of his book, Viaggi di un artista nell’America Meridionale: i Caduvèi. An analysis of the correspondence helps clarify the difference between their two positions and sheds light on their differences not only on ethnography and field work but also on art.

INTRODUZIONE. Guido Boggiani: una nota biografica

Nato ad Omegna nel 1861 da una famiglia novarese di proprietari terrieri, conosce Filippo Carcano, caposcuola del paesaggio naturalistico lombardo, diventandone allievo all’Accademia di Belle Arti. La famiglia possiede un villa sul Lago Maggiore e Boggiani si afferma giovanissimo dipingendo paesaggi del lago e paesi circonvicini. Nel 1883 espone per la prima volta al Palazzo romano delle Belle Arti; il quadro La raccolta della castagne gli procura una prima notorietà. Nella capitale frequenta la cerchia dei pittori piemontesi (è amico fraterno di Cesare Tallone) e conosce Gabriele D’Annunzio, che lo introduce nella bella società.

A 26 anni Boggiani imprime una svolta radicale alla propria esistenza: pone a rischio il proprio successo di artista salpando per il Sud America per desiderio di avventura. Si ferma per qualche tempo a Buenos Aires, dove espone e dipinge, quindi si sposta nell’alto Paraguay, regione al tempo poco conosciuta. Intraprende spedizioni artistico-commerciali verso l’interno, tra le comunità meno segnate dalla colonizzazione. Sviluppa interessi etnografici  e di etnolinguistica che consoliderà negli anni. Risiede presso i Ciamacoco del Gran Chaco e fra i Mbayà o Caduvei del Rio Nabileque, affluente del Paraguay, al confine meridionale del Mato Grosso. Durante la spedizione dipinge, produce una serie di schizzi a matita e china che documentano usi, costumi e attività degli indigeni, inoltre raccoglie manufatti e appunti di viaggio.

Nel 1893, rientrato in Italia, inizia a ordinare e pubblicare il materiale raccolto. Studia, tiene conferenze, espone, prende parte a convegni geografici. Cede la sua collezione di manufatti al Museo preistorico-etnografico di Roma e nel 1895 pubblica il Vocabolario dell’idioma Guanà e i Viaggi di un artista nell’America meridionale: i Caduvei (Roma, 1895). Nell’estate dello stesso anno 1895 è in Grecia a bordo dello yacht Fantasia con Gabriele D’Annunzio, Edoardo Scarfoglio, George Hérelle. Nel 1896 ritorna in America Latina e nel 1897 ritorna tra i Caduvei nel 1897. Raccoglie informazioni sulla lingua, sull’arte, sulla religione, e pubblica regolarmente. Esegue ancora schizzi e dà avvio alla sua attività di fotografo producendo ritratti di Indios. La capitale paraguayana, Asuncion, è la base da cui parte e a cui ritorna. Continua la raccolta di materiali che invia a diversi musei ed istituzioni in Europa. Nel 1901 si reca nel Chaco settentrionale, alla ricerca di una popolazione pressoché sconosciuta,  ritenuta pericolosa e violenta. Ha appena compiuto 40 anni e da quel viaggio non farà più ritorno.

 

ii. Guido Boggiani, Paolo Mantegazza e il Sud America

Nel 1869 Paolo Mantegazza fondò il Museo Nazionale di Antropologia ed Etnologia, oggi Sezione del Museo di Storia Naturale dell’Università di Firenze, che attualmente custodisce una ricca collezione di manufatti raccolti nel Gran Chaco da Guido Boggiani (Figg.1,2,3,4). Mantegazza, fra le molte cariche ricoperte, fu il primo professore di Antropologia: uomo di spiccata personalità e vasti interessi, ma pure abile nella scelta di collaboratori, aveva creato a Firenze a livello internazionale un movimento di scienziati che si riuniva nella Società per l’Antropologia e la Etnologia e che aveva nell’ “Archivio” una rivista scientifica di rilievo. Durante la sua carriera scientifica Boggiani tenne a Firenze le sue conferenze presso la Società e i suoi scritti furono regolarmente recensiti dal suo fondatore. Mantegazza e Boggiani appartenevano a diverse generazioni, il primo era nato nel 1831, Boggiani 30 anni dopo; la loro impostazione culturale era diversissima, ma li accomunava la passione per il Sud America. Boggiani, come Paolo Mantegazza aveva fatto molti anni prima, era partito giovane per la grande avventura verso la regione del Chaco «misteriosamente attraente e impressionante».

Lasciando l’Italia Mantegazza era medico e Boggiani era un pittore affermato. Entrambi avevano pensato di cercare fortuna finanziaria in Sud America inventandosi un’attività commerciale.  A 23 anni Mantegazza, giovanissimo laureato in medicina e chirurgia, si trovava a  Parigi, tappa di un viaggio che aveva come destinazione l’America Latina. Il 20 aprile del 1854, scriveva all’amico Luigi Medici che già viveva in Sud America:

“Quantunque sia ormai dottore in medicina non vi vengo per esercitare la mia professione ma per tentare una speculazione commerciale dalla quale spero assai…Dopo aver studiato con passione molte scienze ho trovato ch’io son nato per la filosofia; ma siccome non voglio studiarla nei gabinetti e sui libri ma nella società viva, così voglio viaggiare tutto il mondo nella mia giovinezza per poi dedicarmi tutto a scrivere la vera storia naturale dell’uomo morale – Siccome però i miei mezzi di fortuna non mi permetterebbero di fare lunghi viaggi così vengo a Buenos Ayres a tentare la fortuna- Cerco quindi il denaro per la scienza.-…Io vorrei proporre al governo del paese in cui ti trovi di fondare una grande manifattura nazionale: dove si traesse il più grande partito di una delle principali ricchezze del paese: cioè dei bovini e dei cavalli…Se rifiuta mi indirizzo a qualche negoziante che voglia far ditta con me; se no tento io solo l’impresa…” ( Ehrenfreund, 1926,p.14).

Ecco come Boggiani riferiva i suoi propositi nel Preambolo a “I viaggi d’un artista nell’America Meridionale” intitolato “Scopo dell’escursione”:

“D’accordo con Manuel Diaz, uno spagnolo, ex orefice fallito, venuto da Corrientes e da poco tempo dedicatosi al piccolo commercio di mercerie e di frutti del paese sotto la nostra protezione, si combinò di fare una spedizione al Retiro, sul Rio Nabilecche, presso i Caduvei, onde fare incetta di cuoi di cervo, de’ quali c’era molta domanda sul mercato d’Asuncion.” (pag.3).

 

iii. “Mi sento qui molto più in vena di dipingere che altrove”

La pubblicazione dei “Viaggi di un artista nell’America meridionale. I Caduvei (Mbayà o Guaycurù)”, che Boggiani pubblica al ritorno dal suo primo viaggio in Sud America, riscuote molto interesse. I Caduvei avevano colpito Boggiani non solo per il loro stile di vita in un ambiente così selvaggio, ma anche per una caratteristica che non poteva non appassionarlo come artista. I Caduvei erano famosi per la loro abilità di decoratori. In particolare le donne producevano con perfetta naturalezza e scaltra tecnica elaborati disegni corporali. Si trattava quindi ai suoi occhi di un popolo di pittori e soprattutto di pittrici.

E’ interessante fare qualche osservazione sulla variegata gamma di ruoli che Boggiani assume nel racconto (in prima persona) della sua avventura. Esistono differenti personaggi autoriali dietro il protagonista dei Caduvei. Proviamo a enumerarli. Boggiani si presenta di volta in volta come mercante, pittore, imprenditore, cartografo, esploratore, espatriato, cacciatore, collezionista e perfino come membro della classe dirigente: la sera del 18 febbraio è intento alla lettura delle sessioni parlamentari pubblicate sulle rare copie del Corriere della Sera che lo raggiungono nella sua capanna, ma due ragazze indigene lo trascinano a ballare (p. 138).

Più raramente si presenta come etnografo e non avanza pretese di scientificità. Considerata con sensibilità “post-etnografica” contemporanea, la sua narrazione è tanto più apprezzabile perché si mantiene sul piano narrativo, pre- o anti-sistematico: il “taccuino” sostituisce il trattato. Non nasconde la relativa brevità del soggiorno o le sue finalità in principio commerciali (pp.5,189,239), introduce i suoi accompagnatori (pp.3,4), si diffonde sulle vicissitudini del “lavoro sul campo”, situa la propria attività. L’osservazione (delle culture indigene) si alterna a momenti di negoziato, baratto, recitazione transculturale, divertimento o fastidio. Considera con favore le comunità indie, diffida della presupposta superiorità dei costumi occidentali, si dice convinto che gli aspetti meno condivisibili delle culture locali siano connessi a processi di decadenza generati dall’incontro con gli occidentali (pp.59,77,79,173,228). E’ interessato alla dimensione del simbolico e descrive feste o processioni ma non tralascia microstorie né ritratti. E’ un acuto interprete della joie de vivre o dell’umorismo indigeno: il suo racconto ha la vividezza del romanzo (si veda ad esempio la descrizione degli “idoli” come giocattoli, p. 188).

Importante notare che Boggiani illustra il suo racconto con disegni ed acquarelli di suo pugno che descrivono i Caduvei e il paesaggio in cui si ambienta l’azione. Il volume è inoltre introdotto da una erudita prefazione del dott. Colini e si conclude con uno “Studio storico ed etnografico”dello stesso autore.

 

iv. Recensione del primo libro di Boggiani

 Difficilmente il volume sarebbe potuto sfuggire all’attenzione del prof. Paolo Mantegazza, che, oltre ad essere un lettore instancabile, recensiva personalmente e con regolarità le nuove pubblicazioni di argomento antropologico ed etnologico sull’ “Archivio” e che, date le sue esperienze giovanili, era particolarmente appassionato agli studi sul Sud America. Il libro Viaggi di un artista nell’America meridionale. I Caduvei (Mbayà o Guaycurù) fu recensito sull’Archivio per l’Antropologia e l’Etnologia nel 1895 e non gli furono risparmiate critiche, sia sull’impostazione del testo che sulle illustrazioni inserite da Boggiani. Se da un lato Mantegazza non condivise i contenuti del racconto, dall’altro si scagliò senza reticenze sulle immagini:

“Anche l’illustrazione del volume merita parecchie critiche. I paesaggi hanno un forte sapore di impressionismo, malattia estetica che ci fa ridere in un’esposizione di quadri; ma in un libro a cui la prefazione e lo studio storico del Colini, danno un grande valore scientifico, son proprio fuori di posto.” (pag.145)

Paolo Mantegazza appare prioritariamente interessato a conferire alla propria disciplina un saldo status scientifico e accademico (infatti salva dalla sua critica feroce gli scritti del dott. Colini), e non esita a prendere posizione su un dibattito di tema artistico all’epoca assai vivo. Le sue osservazioni recidono il legame tutt’altro che tenue tra arte e etnografia che esiste nel “gaio e giovane viaggiatore” al momento del soggiorno presso i Caduvei o della stesura dei Viaggi di un artista, e danno origine a quello che diviene in seguito un luogo comune storiografico (Leigheb M., 1997, p. 10; Lamendola F., 2007). Possiamo supporre che esistano differenti motivazioni all’origine dell’atteggiamento polemico. Mantegazza ha una cultura estetica convenzionale ed è poco interessato alla concreta attualità figurativa. Nella sua vasta corrispondenza non abbiamo sinora potuto rintracciare scambi con artisti, critici, storici dell’arte (spicca, in tal proposito, la dedica di India ad Adelaide Maraini Pandiani, figlia dello scultore Giovanni Pandiani, allieva di Giovanni Dupré all’Accademia di Belle Arti di Firenze, scultrice purista, “interprete altissima del bello nel mondo della natura e del sentimento” (Paolo Mantegazza, 1883). La svalutazione dell’arte ha peraltro come conseguenza immediata la promozione dell’etnografia quale disciplina positiva.

 

v. Lettera inedita di Guido Boggiani

Il ritrovamento di una lettera inedita manoscritta di Boggiani ci permette di conoscere la reazione dell’artista-etnografo alla severa recensione (Fig.5). La lettera è stata rintracciata grazie ad una ricerca nella collezione di scritti autografi di diverse personalità che lo stesso Mantegazza realizzò, catalogò e più volte citò nel “Giornale della mia vita” (Ciruzzi S., 1991) e che è ad oggi conservata negli archivi della Sezione di Antropologia ed Etnologia del Museo di Storia Naturale di Firenze. Riportiamo qui di seguito il testo completo della lettera

 

Roma, 1-5-96

Egregio Signor Professore,

Solo ieri, e per pura combinazione, mi capitò sott’occhio nel fascicolo 1°, vol.25° dell’Archivio per l’Antropologia e l’Etnologia, che Ella dirige e pubblica con tanto sapere, il cenno critico sul mio primo libro “I Caduvei”.

I suoi appunti sono giustissimi, e mi furono fatti, a pubblicazione fatta, pure da altri, i quali, come Lei, han forse creduto che io avessi preteso fare opera scientifica con quel mio lavoro. Il che non era nelle mie intenzioni né mi sarebbe stato possibile di fare, troppo inesperto ancora come ero di tutto quanto bisognava conoscere per rispondere alle esigenze di un’opera di scienza. Oggi mi son permesso di mandarle quattro piccole pubblicazioni, che la prego di gradire.

“I Caduvei”, “I Ciamacoco”, “Tatuaggio o Pittura?”, “Vocabolario Guanà”.

Le quali, nel testo, rispondono meglio a ciò che troppo lasciava desiderare il volume da Lei giustamente criticato. Esse non rappresentano ancora quanto di meglio si possa e debba fare in materia, perché sono compilate sul materiale che io, affatto inesperto, raccolsi nel primo viaggio, direi quasi per puro istinto e senza alcuna preparazione.

Anche riguardo alle illustrazioni, non mi era possibile ordinarle meglio, dato il disordine con il quale il testo era redatto.

Quanto poi ai paesaggi i quali Ella ha voluto trovare affetti da quella malattia estetica che si chiama impressionismo e che fa ridere nelle esposizioni, le dirò due cose: primo, che essi sono la riproduzione autotipica di alcuni schizzi all’acquarello o a lapis, unico materiale artistico che io potei raccogliere affrettatamente durante la mia escursione, e che io non volli ritoccare né acconciare in nessuna maniera, perché anche se fossi riuscito a renderli, per il volgo, più comprensibili, avrei certamente loro tolto parte del loro merito, che è quello della assoluta fedeltà col vero, al che io tengo assai più che a qualunque altra cosa.

Secondo, poi, mi permetto di rammentarle che ben altre cose hanno fatto ridere, che più tardi sono state riconosciute eccellenti! E’ solo questione di sapersi liberare da preconcetti e da teorie accademiche, e di essere preparati per intenderle. Infatti, già sin d’ora, non tutti ridono di quella tal malattia estetica; molti, anzi, e vanno crescendo d’anno in anno, incominciano a ridere e a giudicare assai severamente di ciò che Ella, forse, crede lodevole in arte!

Con tutto ciò, domandandole scusa d’essere entrato in una discussione per la quale Ella non è, probabilmente, preparato abbastanza, La prego di voler gradire i sensi della mia più alta e sincera considerazione.

Mi creda, Egregio Signor Professore, devotissimo suo

Guido Boggiani

 

La lettera è scritta con energica lucidità. Boggiani accetta l’autorità scientifica di Mantegazza, ma non le critiche “artistiche” del professore. Qualche nota su uno dei lavori di Boggiani acclusi nella spedizione e citati nella lettera possono darci qualche altro indizio sulle intenzioni e l’atteggiamento di Boggiani.

“Tatuaggio o Pittura: Studio intorno ad una curiosa usanza delle popolazioni indigene dell’Antico Perù” fu pubblicato come Estratto dagli Atti del II° Congresso Geografico Italiano Roma, (22-27 settembre 1895). Nel trattato Boggiani cita diffusamente Mantegazza che aveva condotto studi sullo stesso materiale. Mantegazza aveva sostenuto che i disegni rinvenuti su una serie di mummie dell’Antico Perù erano dovuti a tatuaggi. Boggiani critica la linea di ricerca condotta da Mantegazza e sostiene la tesi opposta e che cioè si trattasse esclusivamente di pittura corporea. Nel trattato sottolineava il principio che lo studio delle popolazioni contemporanee era importante per interpretare il passato.

La conclusione del saggio era: “Pittura dunque, semplice pittura, e non tatuaggio” in pieno contrasto con quanto sostenuto da Mantegazza.

 

vi. Apprendistato etnologico e ricerca di una dignità scientifica

Nel recensire i Caduvei sull’Archivio per l’Antropologia e l’Etnologia, Mantegazza non esita a formulare obiezioni taglienti, spesso adottando toni paternalistici. Le sue accuse di “impressionismo” non sono certo prive di efficacia sul medio periodo, tanto che inducono Boggiani a cercare di accreditarsi nel contesto dell’etnografia accademica con stili di ricerca, scrittura e pubblicazione adeguati.

Nel 1896 il “Socio Cav.” Boggiani pubblica sulle Memorie della Società Geografica Italiana “I Caduvei: studio intorno ad una tribù indigena dell’alto Paraguay nel Matto Grosso (Brasile)”. Il soggetto è lo stesso del primo libro del 1895, ma formato e stile di scrittura sono molto diversi. L’impostazione è senza dubbio quella del lavoro scientifico e lo stesso autore si impegna a sottolineare il proprio rigore nello studio etnologico:

“Poche notizie io posso dare circa le credenze e le cerimonie religiose, o, per meglio dire, superstiziose, dei Caduvei. Siccome le osservazioni che io ho fatto in proposito si collegano tutte alle cerimonie di esorcismo contro gli spiriti maligni nei casi di malattie, di queste sole mi occuperò; poiché non voglio dire cosa che io non sappia ben di sicuro, né voglio riportare cosa che altri abbia scritto o detto senza averla potuta controllare personalmente.

Nel primo caso, parlando di ciò che io potrei semplicemente dedurre da pochissimi indizi osservati, arrischierei di arrivare a conclusioni non conformi al vero stato delle cose; e nel secondo caso mi farei bello delle piume altrui, facendo un facile quanto inutile sfoggio di erudizione, senza sfuggire al pericolo di riportare cose fantastiche od esagerate, scritte sotto l’impulso di preconcetti-dai quali erano specialmente guidati i Gesuiti Missionari – oppure inventate di sana pianta da viaggiatori ignoranti e poco scrupolosi, de’ quali il numero, pur troppo, è ed è stato abbondante in ogni tempo.” (Pag.285)

La raccolta di campioni e materiali per le collezioni scientifiche era stata utilizzata come risorsa di autofinanziamento anche da celebri scienziati come Alfred Russell Wallace. Boggiani diede il suo contributo, oltre che con manufatti delle culture materiali indigene, anche alla raccolta di campioni zoologici.

Il Prof. Alberto Perugia scriveva infatti nel 1897 sugli Annali del Museo Civico di Storia Naturale di Genova:

 

“ Il Museo Civico di Genova ha recentemente ricevuto una bella collezione zoologica dal Cav. Guido Boggiani, noto per i suoi  viaggi nell’alto Paraguay, da lui stesso valentemente illustrati. Il Boggiani dopo un soggiorno di tre anni e mezzo in quelle regioni, tornò in Italia con una splendida raccolta etnografica, che ora appartiene al Museo preistorico di Roma e dovendo in seguito recarvisi di nuovo, per scopi commerciali, si propose di dedicare una piccola parte del suo tempo anche allo studio della fauna. Egli si è mostrato abile raccoglitore ed acuto osservatore anche in questo genere di ricerca, come aveva provato di esserlo per la parte etnografica e ciò è largamente attestato dai materiali ora pervenuti al Museo Civico.

Trovasi fra questi una serie di pesci, limitata per numero di specie, ma molto interessante perchè due di esse sono nuove per la scienza e di queste una richiede  l’istituzione di un nuovo genere. Questi pesci furono tutti raccolti a Puerto 14 de Mayo, dipartimento di Bahia Negra, nel Chaco boreale.

Lieto che a me sia toccato la buona ventura di inaugurare con questa breve nota lo studio delle collezioni del Boggiani , faccio voti che questo distinto esploratore perseveri nelle sue indagini zoologiche e che gli arrida la sorte.” (pp.147-150)

Secondo tradizione i nomi scientifici delle nuove specie vennero assegnati in riferimento al cognome del loro scopritore. Ma è senz’altro in campo antropologico che Boggiani acquista credibilità come collezionista. Diviene l’esperto di riferimento per la raccolta e l’identificazione di oggetti legati alle popolazioni da lui visitate e descritte.

Enrico Giglioli, scrivendo sulle popolazioni del Sud America ricorda “Mbaya o Caduveo, tribù splendidamente illustrata dall’amico mio Guido Boggiani, abitante l’angolo S.E. del Matto Grosso, non lungi dal confine del Paraguay sul lato sinistro del fiume omonimo”  e utilizza come riferimento per identificare alcuni oggetti della sua vasta collezione il libro “I Caduvei” del 1895 e l’articolo di Boggiani sulle Memorie della Società Geografica Italiana dello stesso anno.

 

vi. Successivi scritti di Mantegazza su Boggiani

Nel 1899 Mantegazza pubblica sull’Archivio un’importante recensione di Guido Boggiani “Guaicurù. Sul nome, posizione geografica e rapporti etnici e linguistici di alcune tribù antiche e moderne dell’America meridionale” (Dalle Memorie della Società geografica italiana). Toni e contenuti sono sostanzialmente diversi da quelli con cui Mantegazza aveva commentato la produzione iniziale di Boggiani.

Dopo aver ricordato il lungo soggiorno e le osservazioni etnologiche della propria gioventù e sottolineato la propria esperienza e competenza sull’argomento, Mantegazza scrive:

“Oggi è sceso in campo il nostro infaticabile viaggiatore Boggiani, che i nostri lettori già conoscono per le sue ardite esplorazioni e i suoi studii sui Caduvei e sui Chamacoco, e studiando sul luogo le tribù che occupano il triangolo contenuto fra il Paraguay e il Pilcomayo, ha portato molta luce su questo intricatissimo problema dell’etnografia sud-americana”.

Mantegazza riporta le classificazioni e i concetti contenuti nell’articolo  e di fatto accetta e sostiene tutte le affermazioni di Boggiani sulle relazioni e la distribuzione delle popolazioni di quella zona geografica.

Nel 1902, quando la morte di Boggiani, inizialmente dato per disperso, viene appurata dalla spedizione Cancio, Mantegazza pubblica sull’Archivio il necrologio. In esso il valore di Boggiani in ambito artistico, ma soprattutto scientifico, viene riconosciuto senza riserva alcuna. Mantegazza riconosce la “…grave perdita per l’antropologia e la patria nella persona di Guido Boggiani, che fino a ieri credevamo scomparso, ma che oggi purtroppo dobbiamo piangere come scomparso per sempre.”

E’ interessante notare che vengono ricordati anche i suoi primi successi come artista:

“Si fece conoscere fin dalla prima giovinezza come valente pittore paesista e tutti ricordano il suo quadro, La raccolta delle castagne che ebbe l’onore di essere acquistato per le Gallerie nazionali.” Viene spiegato il passaggio ad una fase diversa della sua vita: “Entusiasta dei viaggi l’arte però non bastava alla sua febbre esploratoria….”.

Sono sottolineati il coraggio e la dedizione con cui, mettendo a repentaglio la vita, aveva scelto di esplorare zone tanto impervie e pericolose già dal primo suo soggiorno e che poi “Ritornato fra noi sano e salvo, ricco di preziose osservazioni sulle tribù selvagge che sono ancora padroni incontrastati di quelle terre, teneva in Roma il 2 giugno 1894 una celebre conferenza sui Chamacocos, che poi ripeteva qui in Firenze nella nostra Società.”

Mantegazza cita alcuni suoi scritti fra cui anche “lo studio sul tatuaggio e la pittura e un lavoro insigne sui Caduvei”, sottolinea il suo coraggio “pari al suo amore per la scienza” e conclude il necrologio scrivendo:

“Ciò che di certo non andrà perduto è la gloria del suo nome…come rimarranno nei nostri musei di Roma e di Firenze le preziose collezioni da lui raccolte e che illustrano la vita di tribù selvagge destinate a scomparire in un tempo non lontano…”

 

vii. Arte ed Etnografia in Guido Boggiani

La scelta mantegazziana di opporre arte e etnografia appare consolidata nel Necrologio del 1903, quando il fondatore della Società italiana di Antropologia e Etnologia commemora l’amico “entusiasta dei viaggi” scegliendo di ricordare come “l’arte non basta[sse] alla sua febbre esploratoria”. La tesi non è tuttavia supportata dal testo dei Viaggi di un artista: nel racconto di Boggiani il pittore è in scena nella duplice veste di esploratore e tecnico della rappresentazione. Sembra anzi che proprio l’esperienza del paesaggio tropicale avvicini di nuovo alla pittura “un artista spinto a uscire dal suo nido da un’invincibile smania di vedere mondo e gente nuova, nuove terre e nuovi orizzonti”. Le particolari disposizioni emotive che si accompagnano al viaggio – stupore, emozione, curiosità, euforia – favoriscono in effetti una ripresa dell’attività artistica sospesa da tempo, da cui ci si aspetta fama e successo al rientro in Europa. La circostanza non sorprende: all’epoca in cui Boggiani intraprende la sua spedizione la tradizione dei pittori-viaggiatori è consolidata da decenni a livello di critica e mercato. C’è domanda di geografie sempre nuove da offrire all’immaginazione del collezionista occidentale: gli artisti competono tra loro recandosi in regioni sino ad allora sconosciute, e sperimentano per primi qualcosa, in Bretagna, in America latina, in Polinesia, che la nascente etnografia accademica avrebbe poi chiamato “ricerca sul campo”. Boggiani partecipa dell’avversione per lo “stile Goupil”: l’”assoluta fedeltà al vero” paesaggistico o etnografico è ai suoi occhi una correzione interna della pittura, una sorta di redenzione dalla “presuntuosa nullità” dello chic incoraggiato e richiesto dal collezionismo internazionale, facoltoso e incolto. La lettera inedita che riportiamo in questo articolo bene esprime questo atteggiamento.

Nella letteratura su Boggiani non mancano riferimenti a Francesco Paolo Michetti e all’interesse, comune nella cerchia del pittore per il folklore abruzzese (Dantini e Bietoletti, 2002). Il rimando a Michetti, amico di D’Annunzio, dell’etnografo Antonio De Nino e dell’etnolinguista Gennaro Finamore, è inevitabile soprattutto per l’importanza crescente che l’uso della macchina fotografica assume, nell’ultimo decennio del secolo, per pittori mobilitati da propositi di “vero” (Miraglia M., 1975). Boggiani avvia la produzione di fotografie a partire dal suo ritorno in America latina, nel 1896: riflessioni sulla maggiore “veridicità” della macchina fotografica e la conoscenza di un interesse crescente degli studi antropologici per la fotografia non sembrano essere stati estranei alla scelta di portare con sé una camera. Gli scatti di Boggiani si segnalano per l’intimità o complicità con il modello (Fig. 6): questi, a differenza di quanto accade nella fotografia etnografica di epoca positivista, posa sovente apparendoci spontaneo e consensuale (Giordano M., 2004).

Una semplice lettura dei Caduvei amplia tuttavia i riferimenti. La descrizione di un interno di capanna caduvea con donne intente a lavori di tessitura è ad esempio condotta come sulla traccia di un celebre quadro di Gustave Guillaumet, Tessitrici a Bou-Saada, che Boggiani evoca e che sembra possibile identificare: l’orientalista francese, è evidente, istruisce lo sguardo dell’”etnografo” e lo predispone a un’interpretazione dell’esotico orientata al semplice e al quotidiano, distolta dall’aneddotico e dal sensazionale. La memoria artistica avvicina il contesto “selvaggio”, lo rende partecipabile e lo trasforma in tableau vivant. Anche l’attenzione per la natura riflette l’apprendistato naturalista del pittore, le predilezioni per il plein air francese di metà Ottocento (l’ “impressionismo” contro cui insorge Mantegazza): Boggiani cita Corot, Troyon, Rousseau mentre dipinge scorci di foresta tropicale, insegue il “motivo” tra guadi scoscesi e vaste praterie e si aggira per la regione esplorata con carta, matita e acquerelli. Curioso di tecniche locali e cultura materiale, è un paesaggista intimo al modo dei pittori piemontesi che ha frequentato a Roma assieme all’amico Cesare Tallone, come Filiberto Petiti. Predilige il frammento e lo scorcio, cerca elementi caratterizzanti, polemizza contro gli usi virtuosistici della pittura, i costumi affettati della società culturale. “O voi artisti”, prorompe alla vista di una maestosa foresta tropicale, “che sudate tanto a ricercare nel vostro sterile cervello linee nuove, forme eleganti, coloriti ideali per le vostre tele, attorno alle quali poi menate tanto scalpore come se aveste fatto gran belle cose; venite, venite qua e vergognatevi della vostra presuntuosa nullità” (pag.164). Sfoggia noncuranza, adattabilità, resistenza fisica e vigore giovanile. Veste all’indigena e cammina scalzo, mentre a Roma ospitava in studio gli incontri galanti di D’Annunzio con l’attrice Barbara Leoni, frequentava la migliore società romana, era conosciuto a corte, invitato alle feste del Quirinale, ospite del cardinale Hohenloe a villa d’Este, a Tivoli (Leigheb pag.10) “Mi guardai allo specchio”, scrive al ritorno a Puerto Pacheco. “Il sole mi aveva talmente abbronzato che ero irriconoscibile. Eppure non ero dimagrato. Al contrario stavo benone, ero ingrossato ed avevo un’aria di salute e di forza quale non avevo mai avuto prima”. E a distanza di alcuni giorni si fa beffe del “Boggiani da salotto di cui s’occupavano anni or sono i giornali di Roma nelle riviste d’arte”

 

viii. Conclusioni

Boggiani è stato spesso limitato allo stereotipo dell’artista in cerca di emozioni forti. Tuttavia questo studio preliminare ci suggerisce che egli fu certamente personaggio più complesso e lontano dai toni con cui è stato celebrato nei versi di Gabriele D’Annunzio. La sua figura richiede futuri studi e approfondimenti. L’apertura mentale e modernità sono evidenti nel ricorrente enunciato che bisogna evitare i preconcetti, un principio che Boggiani con forza ritiene necessario punto di riferimento sia nell’approccio all’arte (si veda la lettera a Mantegazza), che nella ricerca etno-antropologica (Boggiani G., 1896). Non c’è antitesi in lui fra arte e ricerca scientifica, come sembra invece intendere il positivista Mantegazza. Boggiani intraprende una sua ricerca del “vero” perseguibile utilizzando come strumento discipline che, se nella sua esperienza di vita difficilmente possono essere scisse, sicuramente non sono in contrasto fra di loro. Il percorso artistico e scientifico trova una efficace forma espressiva nella sua scrittura antiretorica (tanto più straordinaria se si pensa alle strette frequentazioni con D’Annunzio). Il suo stile narrativo applicato all’antropologia sarebbe poi diventato un’importante tecnica di ricerca e comunicazione con la scuola di Claude Levi Strauss il quale, non a caso affascinato dal suo lavoro, ampiamente lo citerà, anche nelle illustrazioni, in Tristes Tropiques. La relazione che Boggiani tiene al secondo Congresso geografico italiano, nel 1895, è particolarmente significativa dal punto di vista di una pungente polemica contro l’etnografia accademica, rea, agli occhi di Boggiani, di non recarsi sui luoghi e di argomentare per lo più attraverso opinioni riferite e compulsazione di libri. Boggiani rivendica invece l’importanza della ricerca sul campo, l’osservazione diretta e perfino la propria autorità d’artista: nessuna lettura (peraltro a rischio di noia) può sostituire l’esperienza (Tatuaggio o pittura, Roma, Civelli 1895, pp. 19, 20, 21, 27).

Il ritrovamento della lettera inedita di Boggiani indirizzata a Mantegazza e la ricostruzione dei successivi scritti di Mantegazza su Boggiani, ci danno importanti indizi per ricostruire l’ambiente scientifico di fine ottocento. Gli scambi fra Mantegazza e Boggiani testimoniano la libertà di discussione e il franco scambio di prospettive consentiti all’epoca anche fra il giovane artista nel suo processo di formazione scientifica e il già affermatissimo professore più anziano e con un ruolo di primo piano accademico e politico. Questo studio ci permette di mettere in luce interessanti aspetti della personalità di Mantegazza che conserva con cura la lettera di Boggiani e gli riconosce ufficialmente negli anni successivi rispetto e un ruolo importante nell’ambito delle discipline scientifiche.

 

Riferimenti bibliografici:

 

Boggiani G., (1894) I Ciamacoco. Conferenza. Atti della Società Romana di Antropologia, vol. II.

Boggiani G., (1895) Viaggi di un artista nell’America meridionale. I Caduvei (Mbayà o Guaycurù). Loescher, Roma

Boggiani G., (1895) Tatuaggio o pittura. Estratto dagli Atti del II° Congresso Geografico Italiano Roma, Civelli, Roma.

Boggiani G., (1896) I Caduvei. Studio intorno ad una tribù indigena dell’alto Paraguay nel Matto Grosso (Brasile) Memorie della Società geografica italiana. Vol. 5 pp.237 -324

Boggiani G., (1899) Guaicurù. Sul nome, posizione geografica e rapporti etnici e linguistici di alcune tribù antiche e moderne dell’America meridionale. Memorie della Società geografica italiana). Roma

Ciruzzi S., (1991) Le collezioni del Museo psicologico di Paolo Mantegazza. Archivio per l’Antropologia e la Etnologia Vol. CXXI: pp.185-202

Dantini M. e Bietoletti S. (2002) Ottocento italiano, Giunti, Firenze.

Ehrenfreund E. (1926), Bibliografia degli scritti di P.Mantegazza, in AAE 56, 1926: 11-176

Giglioli E. H. (1901) Materiali per lo studio della “Età della pietra”, dai tempi preistorici all’epoca attuale (origine e sviluppo della collezione). Archivio per l’antropologia e l’etnologia vol.XXXI pp19-264.

Giordano M., (2004) De Boggiani a Métraux. Ciencia antropologica y fotografia en el Gran Chaco. Revista Chilena de Antropologia Visual, 4.

http://www.academia.cl/rev_antrop_visual/revista4/Mariana_Giordano_imprimir.htm

Leigheb M. (1997) Lo sguardo del viaggiatore. Vita e opere di Guido Boggiani. Interlinea, Novara

Lamendola, F. (2007) Ricordo di Guido Boggiani, pittore-esploratore, Arianna Editrice, Bologna (http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=13555).

Levi Strauss C. (1955) Tristes Tropiques. Librairies Plon, Paris.

Mantegazza P., (1884) India. Treves, Milano.

Mantegazza P., (1895) Recensione: Guido Boggiani, Viaggi di un artista nell’America meridionale. I Caduvei (Mbayà o Guaycurù). Archivio per l’Antropologia e l’Etnologia, xxv, , pp. 145-6.

Mantegazza P., (1899) Recensione: Boggiani Guido. Guaicurù. Sul nome, posizione geografica e rapporti etnici e linguistici di alcune tribù antiche e moderne dell’America meridionale. Roma dalle Memorie della Società geografica italiana. Archivio per l’antropologia e l’etnologia vol.XXIX fascicolo terzo pp.208-209.

Mantegazza P., (1903) Necrologio: Guido Boggiani. Archivio per l’antropologia e l’etnologia vol.XXXIII  p.619

Miraglia M. (1975) Francesco Paolo Michetti, Torino, Einaudi

Perugia A. (1897-98) Di alcuni pesci raccolti nell’alto Paraguay dal Cav. Guido Boggiani Annali del Museo Civico di  Storia Naturale Di Genova a cura di G. Doria e R. Gestro pp. 147-150

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