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Personalmente credo – e so che questa mia posizione, così minoritaria, farà discutere – che con queste nomine si siano disattesi obblighi di responsabilità nei confronti di una giovane generazione di storici dell’arte e curatori che non trovano, in Italia, opportunità di occupazione qualificata. Certo questo non poteva certo essere l’unico criterio. Doveva però contribuire a orientare la scelta in modo più rispettoso e bilanciato.

Immagino un colpo d’ala, un moto d’orgoglio e la creazione repentina, anticiclica di una nuova comunità di direttori di musei, trenta-quarantenni, cui sia riconosciuto il diritto a condurre esistenze professionali gratificanti senza essere per forza indotti all’espatrio. Il punto di vista da affermare, perché manifestamente conculcato, non è assurdamente patriottico ma generazionale.

In questo mio intervento @Artribune qui contesto un esito tanto disequilibrato. Né condivido l’opinione di chi, da punti di vista filogovernativi o presuntivamente antigovernativi, nega (con parole gonfie e intollerabilmente perentorie!) che vi sia un problema etico e politico.

Dopodiché, vi prego, torniamo pure a occuparci d’altro, senza pose pedanti o indignazioni troppo parruccone e codine. Il mondo non cadrà per questo, neppure se per una volta avremo danzato in pinacoteche concesse in prestito.

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Humanities

Credo che solo la nostra non-partecipazione alla compagine statale piddino-forzaitaliana, lo scisma e la lettura profonda possano esserci d’aiuto. E nello zaino, del tutto a prescindere da un uomo-mai-nato come Stefano Feltri, portate sempre almeno una piccola “Considerazione inattuale” di Friedrich Nietzsche. Che sulle politiche educative superiori del Reich bismarckiano, e su ciò che distingua l’apprendimento dei liberi, dice questo:

“Gli uomini devono essere adattati agli scopi del tempo, per potervi mettere mano il più presto possibile; devono lavorare nella fabbrica delle utilità generali prima di essere maturi, anzi perché non diventino affatto maturi – in quanto questo sarebbe un lusso che sottrarrebbe una quantità di forze al ‘mercato del lavoro’. Io deploro che sia ormai necessario servirsi del gergo dei padroni di schiavi e dei datori di lavoro per designare quei rapporti, che di per sé dovrebbero essere pensati liberi da utilità, sottratti alle miserie della vita. Ma involontariamente…

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Credo che solo la nostra non-partecipazione alla compagine statale piddino-forzaitaliana, lo scisma e la lettura profonda possano esserci d’aiuto. E nello zaino, del tutto a prescindere da un uomo-mai-nato come Stefano Feltri, portate sempre almeno una piccola “Considerazione inattuale” di Friedrich Nietzsche. Che sulle politiche educative superiori del Reich bismarckiano, e su ciò che distingua l’apprendimento dei liberi, dice questo:

“Gli uomini devono essere adattati agli scopi del tempo, per potervi mettere mano il più presto possibile; devono lavorare nella fabbrica delle utilità generali prima di essere maturi, anzi perché non diventino affatto maturi – in quanto questo sarebbe un lusso che sottrarrebbe una quantità di forze al ‘mercato del lavoro’. Io deploro che sia ormai necessario servirsi del gergo dei padroni di schiavi e dei datori di lavoro per designare quei rapporti, che di per sé dovrebbero essere pensati liberi da utilità, sottratti alle miserie della vita. Ma involontariamente vengono sulle labbra le parole ‘fabbrica’, ‘mercato del lavoro’, ‘offerta’, ‘utilizzazione’ quando si vuol descrivere la più recente generazione tedesca di dotti”.

Buona diserzione a tutti.

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