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Non sono stato allievo di #EnricoCastelnuovo e non ne ho seguito i corsi in Normale, ma sono stato studente della Scuola negli anni in cui Castelnuovo vi teneva lezione e ho frequentato il seminario di storia dell’arte. Anche se contemporaneista, ho avuto modo di beneficiare del suo insegnamento e della sottile intelligenza della conversazione.

Castelnuovo è stato mio correlatore in occasione della tesi di dottorato, tesi che certo verteva su temi molto distanti dai suoi prediletti – il tema orfico del “giardino” in Paul Klee e il rapporto tra immagini e parole nell’avanguardia prebellica – ma che pure lo interessava per la fortuna tedesca e francese dell’arte altomedievale, cui avevo dedicato ampie ricostruzioni (mio primo relatore era Paolo Fossati. L’altra relatrice era Paola Barocchi).

C’era un argomento che lo divertiva in modo particolare, e su cui ha saputo inaspettatamente guidarmi: le origini del fumetto. Ci siamo scoperti entrambi fervidi ammiratori di #RodolpheTöpffer (cui assomigliava persino un po’) e #WilhelmBusch; e di questo parlavamo amabilmente.

L’ultima conversazione che ho avuto con lui, due o tre anni fa, in un periodo in cui collaboravo con più frequenza all’Indice dei Libri, ha toccato temi di arte italiana contemporanea: e mi sono trovato ancora una volta a misurare ammirato l’ampiezza dei suoi interessi. Una curiosità enciclopedica metodica e mai pedante, nel vivido senso settecentesco: virtù rara. Immaginereste Castelnuovo discutere di Arte povera, del Gruppo 63 o delle mitografie generazionali di Nanni Balestrini? Bene. Giuro che è successo.

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