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Ha ancora senso parlare di “arte”, o dovremmo invece parlare di imprenditorialità in un settore convenzionalmente definito artistico? Ne avevo scritto nell’editoriale qui sotto. E si può anche leggere qui. Voglio tuttavia precisare che il mio punto di vista è descrittivo e non prescrittivo: scettico dunque, forse persino invalidante. Non ha niente in comune con l’entusiastica acclamazione di qualcosa come la “business art” (se ne parlava negli anni Ottanta).

Il punto cruciale a mio parere non è la scomparsa dell'”Arte”, che può andare e venire senza che questo debba essere motivo di drammi; ma la sua metamorfosi o meglio la metamorfosi storica della Grande Creatività. Se l’Arte non esiste più come tale, dove si riverseranno i doni del talento “divergente” e della tenacia? Tutto questo non verrà improvvisamente meno.

Humanities

Esistono “zone di contatto” e significative sovrapposizioni tra due sottomondi sociologici che consideriamo distanti? Ha senso considerare l’arte contemporanea, quantomeno nella sua componente mainstream, ancora un artigianato umanistico, alla ricerca di qualcosa come “gusto”, “profonditá”, motivazione intrinseca e autonomia della “cultura”? E il modello di “innovazione dirompente” vale anche per la competizione artistica e “culturale”? Ne scrivo @Artribune #22.

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