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Per effetto di rovesci economici o militari, cesure istituzionali e drammatici conflitti sociali, la storia culturale italiana del Novecento ha caratteri come di palinsesto: una continuità profonda, scritta in un alfabeto spesso perduto, corre al di sotto di innumerevoli cancellazioni e rifacimenti di superficie. L’opacità dei documenti e la dispersione degli archivi consiglia un’estrema sensibilità storica e linguistica e una diffidenza metodica per l’apparente ovvietà dei processi di trasmissione culturale. La tradizione interpretativa, osservava Giovanni Previtali, dovrebbe esserci preziosa in senso per lo più eziologico: come storia dell’errore.

In Arte in Italia tra le due guerre Fabio Benzi si misura con due difficoltà principali. La prima interna: potremmo chiamarla reticenza documentale. Se molti artisti italiani del ventennio non avevano mancato di assicurare il loro sostegno al regime, per sincerità, convenienza o un inestricabile intreccio tra le due, questi stessi artisti avevano poi cercato, negli anni della guerra e subito dopo, di riscrivere la propria storia nel segno della dissidenza se non dell’antifascismo militante.

La difficoltà esterna cui ho prima accennato sta invece nel pregiudizio internazionale.

_Doppiozero, 25.8.2014, qui

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_L’Huffington, 24.7.2014, qui

Il culto per architetture o mobili “misteriosi” e densi di rovina nasce dall’estrema consapevolezza del contrasto tra “progetto” e “capitale”: come pure l’insistenza sulla fatale “incompiutezza” di un qualsiasi edificio, gioiello, tavolo, brocca o piatto. Quanto, dell'”utopia” controculturale, è possibile conservare nell’oggetto di design, e quanto invece è inevitabile tradire? E che cosa, nella presa di posizione ideologica contro la società industriale, è o è stato posa?

Il caso Piero

04/06/2014

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_L’Huffington, 4.6.2014, qui

Il sottotesto ideologico comune al doppio fraintendimento che colpisce Piero Manzoni è: tutto ciò che ha radice nel modernismo italiano (in Valori plastici, poniamo, nel muralismo sironiano o nella teoria del primordio) è fascista o criptofascista (De Chrico incluso). Come tale dev’essere debellato. Da qui la censura “progressista” di Buchloh, Krauss etc.; e l’altra apologetica e preventiva di Celant e dei celantiani.

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