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La parola, le pratiche, la cittadinanza

convegno a cura di Michele Dantini e Debora Spini, 24.10.2014
Georgetown University, Villa Le Balze, via Vecchia Fiesolana 26, Fiesole, Firenze

10.15 apertura convegno
Saluto ospiti e relatori: Michele Dantini e Debora Spini

prima sessione 10.30-13.00
chair Massimiliano Rossi

Daniele Spini. Giornalismo culturale e pratica critica

Marco Brizzi. Critica e progetto architettonico

Marco Solinas. Teoria discorsiva e critica sociale

Rino Genovese. Critica della cultura come critica sociale

Emanuele Pellegrini. Critica, storia, ideologia

 

15.00-17.30 seconda sessione
chair Michele Dantini

Guido Vitiello. Critica letteraria e critica culturale

Manuel Anselmi. Discorso culturale e critica dell’ideologia

Stefano Chiodi. L’anacronismo delle immagini

Christian Caliandro. Critica vs. Dissociazione

 

La parola le pratiche locandina La parola, le pratiche, la cittadinanza_Script

Una democrazia ben funzionante può eleggere a propri rappresentanti professionisti della delusione? A mio parere no. Al lettore dell’intervista apparsa su Repubblica Tronti, ex comunista, ex operaista e oggi cultore del Tai Chi finisce per ricordare la figura di Esterina, fanciulla cantata da Eugenio Montale nella poesia <em>Falsetto</em>. Al pari di Tronti, Esterina (“grigiorosea nube”) oscilla tra fatua trivialità e celeste spensieratezza. Non conosce la figura della responsabilità: questa, afferma Montale, compete “a noi, della razza di chi rimane a terra”.

_L’Huffington, qui

Qui il mio editoriale @Artribune #20, settembre|ottobre 2014

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Per effetto di rovesci economici o militari, cesure istituzionali e drammatici conflitti sociali, la storia culturale italiana del Novecento ha caratteri come di palinsesto: una continuità profonda, scritta in un alfabeto spesso perduto, corre al di sotto di innumerevoli cancellazioni e rifacimenti di superficie. L’opacità dei documenti e la dispersione degli archivi consiglia un’estrema sensibilità storica e linguistica e una diffidenza metodica per l’apparente ovvietà dei processi di trasmissione culturale. La tradizione interpretativa, osservava Giovanni Previtali, dovrebbe esserci preziosa in senso per lo più eziologico: come storia dell’errore.

In Arte in Italia tra le due guerre Fabio Benzi si misura con due difficoltà principali. La prima interna: potremmo chiamarla reticenza documentale. Se molti artisti italiani del ventennio non avevano mancato di assicurare il loro sostegno al regime, per sincerità, convenienza o un inestricabile intreccio tra le due, questi stessi artisti avevano poi cercato, negli anni della guerra e subito dopo, di riscrivere la propria storia nel segno della dissidenza se non dell’antifascismo militante.

La difficoltà esterna cui ho prima accennato sta invece nel pregiudizio internazionale.

_Doppiozero, 25.8.2014, qui

“Sulla tirannide” di Leo Strauss è un esame incredibilmente minuzioso del “Gerone” senofonteo, dialogo dedicato al problema di come emendare il governo dispotico dalle disposizioni alla depravazione e alla crudeltá. Con grande abilitá, Strauss ricostruisce a distanza le posizioni di Socrate sul rapporto tra giustizia e legalitá da una parte, tra filosofia e società dall’altra. Le riserve straussiane sul costituzionalismo liberale, enunciate de iure, si intrecciano all’ammissione che questo è pur sempre de facto il regime migliore. La posizione dello studioso è convenzionalistica, e rivendica separatezza: al saggio si addice mostrare rispetto per le convenzioni del diritto. Nella ristretta cerchia dei simili gli sarà tuttavia permesso di dubitare della bontà di leggi che discendono dall’accordo (verosimilmente fallace) tra molti. Il discorso è specifico, e procede per sequenze interminabili di breve proposizioni paratattiche congiunte in forma di scolio. Sembra quasi di avvertire la voce trattenuta dell’interprete di testi sacri che accenna con brevi e successive approssimazioni all’esito del ragionamento. La cautela può sembrare (ed è) torturante, ma il tema è tutt’altro che pretestuoso o l’intenzione pedante: la scienza politica moderna non ha saputo riconoscere la tirannide contemporanea quando questa è apparsa, e il filosofo che più si è distinto nell’interrogazione antistoricistica del pensiero greco, Martin Heidegger, si è irreparabilmente compromesso con il regime nazista.

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“Vita activa” di Hannah Arendt è un testo incredibilmente potente, senza cui non potremmo comprendere le ricerche di autori tra loro pur così diversi come Habermas, Sennett o Nussbaum. Mi colpisce che il libro, influenzato tanto in profondità dall’insegnamento friburghese di Heidegger negli anni in cui Arendt è sua allieva, non lo citi mai, così come non cita mai Schmitt, pure altrettanto presente nella rievocazione arendtiana della polis greca. Certo, le ragioni di prudenza e il distacco personale hanno contato: negli Stati Uniti del 1958, quando Arendt pubblica “Vita activa”, non si sarebbe potuto impunemente rinviare a autori connessi al nazismo. In questo senso “Vita activa” è un testo mirabilmente sincretico: tace le sue fonti e dà per fonti primarie fonti secondarie. Tuttavia c’è forse una ragione più sottile nell’omissione. “Vita activa” è dedicato alle virtù antiche del coraggio e alla sagacia. Mentre riconosce indirettamente (ma in modo inoppugnabile) il primato del filosofo-Heidegger, contesta forse all’uomo-Heidegger una sorta di opaca gregarietà nel quotidiano e la scarsa integrità nelle scelte concrete: l’adesione al nazismo, certo, la posizione mai del tutto chiara sull’olocausto, il comportamento opportunistico e al limite della viltà con Husserl o l’assoggettamento a una donna ferocemente razzista, sua moglie. Per più versi, e senza intenzione diminutiva, potremmo ritenere che “Vita activa” sia qualcosa come una corrispondenza in codice, il diario altamente cifrato di un distacco e una scrittura privata.

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