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“Vita activa” di Hannah Arendt è un testo incredibilmente potente, senza cui non potremmo comprendere le ricerche di autori tra loro pur così diversi come Habermas, Sennett o Nussbaum. Mi colpisce che il libro, influenzato tanto in profondità dall’insegnamento friburghese di Heidegger negli anni in cui Arendt è sua allieva, non lo citi mai, così come non cita mai Schmitt, pure altrettanto presente nella rievocazione arendtiana della polis greca. Certo, le ragioni di prudenza e il distacco personale hanno contato: negli Stati Uniti del 1958, quando Arendt pubblica “Vita activa”, non si sarebbe potuto impunemente rinviare a autori connessi al nazismo. In questo senso “Vita activa” è un testo mirabilmente sincretico: tace le sue fonti e dà per fonti primarie fonti secondarie. Tuttavia c’è forse una ragione più sottile nell’omissione. “Vita activa” è dedicato alle virtù antiche del coraggio e alla sagacia. Mentre riconosce indirettamente (ma in modo inoppugnabile) il primato del filosofo-Heidegger, contesta forse all’uomo-Heidegger una sorta di opaca gregarietà nel quotidiano e la scarsa integrità nelle scelte concrete: l’adesione al nazismo, certo, la posizione mai del tutto chiara sull’olocausto, il comportamento opportunistico e al limite della viltà con Husserl o l’assoggettamento a una donna ferocemente razzista, sua moglie. Per più versi, e senza intenzione diminutiva, potremmo ritenere che “Vita activa” sia qualcosa come una corrispondenza in codice, il diario altamente cifrato di un distacco e una scrittura privata.

imageOggi @RadioRaiTre parliamo di artisti, scrittori e prima guerra mondiale. Con Alessandra Tarquini e AndreaCortellessa. h. 13 #LaGrandeGuerra

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