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Per effetto di rovesci economici o militari, cesure istituzionali e drammatici conflitti sociali, la storia culturale italiana del Novecento ha caratteri come di palinsesto: una continuità profonda, scritta in un alfabeto spesso perduto, corre al di sotto di innumerevoli cancellazioni e rifacimenti di superficie. L’opacità dei documenti e la dispersione degli archivi consiglia un’estrema sensibilità storica e linguistica e una diffidenza metodica per l’apparente ovvietà dei processi di trasmissione culturale. La tradizione interpretativa, osservava Giovanni Previtali, dovrebbe esserci preziosa in senso per lo più eziologico: come storia dell’errore.

In Arte in Italia tra le due guerre Fabio Benzi si misura con due difficoltà principali. La prima interna: potremmo chiamarla reticenza documentale. Se molti artisti italiani del ventennio non avevano mancato di assicurare il loro sostegno al regime, per sincerità, convenienza o un inestricabile intreccio tra le due, questi stessi artisti avevano poi cercato, negli anni della guerra e subito dopo, di riscrivere la propria storia nel segno della dissidenza se non dell’antifascismo militante.

La difficoltà esterna cui ho prima accennato sta invece nel pregiudizio internazionale.

_Doppiozero, 25.8.2014, qui

Humanities

1_Piero-Manzoni,-Achrome,-1959 copia

_Doppiozero, 7.3.2014, qui

Gli “Achromes” di Piero Manzoni. Ne scrivo oggi su Doppiozero, provando a richiamare l’attenzione su un’inedita complessità di elementi fantastici, genealogici, geografico-culturali che le interpretazioni correnti, condotte in chiave concretista e “materiologica”, non riescono a cogliere né a tematizzare.

“…Si getta un amo perché ci si attende che il pesce abbocchi. All’anello si lega un cane, una barca, una sporta della spesa. Si cerca un gancio ogni volta che dobbiamo appendere alla parete un quadro o un vestito. Che cosa potrà mai rivendicare un Achrome, o trattenere presso di sé?…”

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Inauguro oggi una serie di “reprint”, cogliendo l’occasione dell’evoluzione_migrazione del mio blog. Iniziamo con questo articolo su Giulio Paolini, apparso circa un anno fa. Buona lettura!Giulio-Paolini,-La-liberta,-1969-copia

_in: Doppiozero, 10.1.2013, qui

“…La tradizione cui Paolini fa riferimento ha nel magico candore della statua o nel disvelamento pittorico del volto divino il suo soggiogante compimento. Giunge fino all’artista irradiando, oltre che dal museo classico, da De Chirico e in parte Fontana. Colpisce che ancora oggi, o forse soprattutto oggi, Paolini estragga dal dizionario storico delle arti il termine di “sprezzatura” rivendicandolo per sé (per la propria opera) e per così dire indossandolo: termine che più di ogni altro connota storicamente l’attitudine manierista “al saper fare qualcosa di non detto, non dichiarato e tanto meno esibito, eppure capace di meravigliare per la sua inaspettata perfezione”.

Ricordiamo l’atteggiamento “preciso noncurante” che Schifano riconosce come proprio? Bene. Esiste una stagione nell’arte italiana tra fine Cinquanta e primi Sessanta che potremmo paragonare a una fioritura effimera e felice, apertasi nel punto esatto di intersezione tra metafisica, New Dada e monocromo: il giovane Paolini vi si inserisce al tempo in modo autorevole e tempestivo. Per un attimo si è potuto credere, giusto qui, proprio in Italia, che non esistessero distanze invalicabili tra tradizione classico-rinascimentale e contemporaneità, aura e ready-made, madrelingua e mainstream, eleganza e trivialità.

Una semplice tela bianca, come Disegno geometrico (1960), poteva contenere in “idea” le epifanie di tutti i musei del mondo; e lo “scatto” fotografico, l’“inquadratura”, potevano proporsi come metafora dell’illuminazione.
La presenza di Twombly a Roma incoraggiava inventive ricombinazioni dell’eredità culturale: “sprezzature” appunto. Quell’attimo è trapassato sin troppo rapidamente ma la validità di una proposta culturale permane…”

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