Home

pietro-liberi-la-giustizia-e-la-pace1

La parola, le pratiche, la cittadinanza

convegno a cura di Michele Dantini e Debora Spini, 24.10.2014
Georgetown University, Villa Le Balze, via Vecchia Fiesolana 26, Fiesole, Firenze

10.15 apertura convegno
Saluto ospiti e relatori: Michele Dantini e Debora Spini

prima sessione 10.30-13.00
chair Massimiliano Rossi

Daniele Spini. Giornalismo culturale e pratica critica

Marco Brizzi. Critica e progetto architettonico

Marco Solinas. Teoria discorsiva e critica sociale

Rino Genovese. Critica della cultura come critica sociale

Emanuele Pellegrini. Critica, storia, ideologia

 

15.00-17.30 seconda sessione
chair Michele Dantini

Guido Vitiello. Critica letteraria e critica culturale

Manuel Anselmi. Discorso culturale e critica dell’ideologia

Stefano Chiodi. L’anacronismo delle immagini

Christian Caliandro. Critica vs. Dissociazione

 

La parola le pratiche locandina La parola, le pratiche, la cittadinanza_Script

Francesco-Vezzoli,-Vezzoli-primavera_estate,-2014,-Museo-Bardini_Museo-Casa-Martelli_Museo-Bellini,-Firenze-(PittiImmagine)_2

E’ giusto dire che l’arte italiana contemporanea è tenue o evanescente? E trarre occasione dal mancato invito di giovani artisti italiani a questa o quella n_Biennale planetaria per contestare l’attività di un’intera generazione? Ripubblico qui un mio intervento già ampiamente discusso (e pubblicato in Geopolitiche dell’arte italiana, Christian Marinotti, Milano 2012), ma scomparso dal Web a causa della mia migrazione dal mio blog precedente a questo. A mio avviso il punto fondamentale è: un eccesso di oligopoli interpretativi ha impedito ai più giovani di maturare competenze e sviluppare necessari conflitti genealogici. Generazioni cronie hanno divorato le generazioni figlie. Ecco il testo: vi si parla di #arte italiana, #cosmopolitismo, #ereditàculturale, #storiaememoria, #sferapubblica, #innovazione, #fantasmaclassico e #patriarcato.

 

_il manifesto, 10.4.2012, pp. 10-11

Potremmo periodizzare l’arte italiana contemporanea recente stabilendo che una svolta “politica” in pratiche e “contenuti” o il dibattito sulle crescenti difficoltà di affermazione internazionale degli artisti più giovani hanno caratterizzato gli ultimi anni. La generazione dei trenta-quarantenni ha ritrovato interesse per la storia nazionale, la compulsazione di archivi sociali e politici, la ricomposizione di memorie dolorose, tacitate o disperse. A fronte di istanze radicali di politicizzazione, il mercato dell’arte, finanziarizzato e ubiquo, premia orientamenti desituati e oppone formidabili ostacoli alla connessione tra produzione estetica e ricerca.

Circolano interpretazioni diverse della ridotta capacità di competizione degli artisti italiani nel contesto globale. Si contesta l’acquiescenza di critici e curatori o si adducono specificità antropologiche, generiche quanto implausibili. Esistono forse circostanze fattuali, storiografiche e istituzionali: il deficit didattico e di narrazioni storico-artistiche qualificate e indipendenti. Sono da troppo tempo in auge versioni ufficiali, ripetitive e dogmatiche, della storia artistica italiana contemporanea; storie che non spiegano più e sembrano invece fuorviare. “Quanto accade in arte attorno al 1968 non è stato ancora chiarito”: accolta alla lettera, candidamente, l’affermazione di Celant, datata 1981, non suona forse stupefacente?

Le retrospettive di De Dominicis e Pistoletto tenutesi al Maxxi tra 2010 e 2011, preziose perché ampie nella selezione delle opere, tuttavia insufficientemente accompagnate da indagini scientifiche e troppo vincolate a autorizzazioni familiari o di fondazione; e le innumerevoli mostre sull’arte povera in programma tra 2011 e 2012 esemplificano il punto. Prevalgono voci e prospettive consolidate, detenute pressoché in monopolio. Assistiamo al paradosso di artisti, critici e curatori sovraesposti e al tempo stesso poco conosciuti, mai davvero restituiti alla discussione pubblica attraverso e oltre le mitografie tramandate. Eppure svelare costellazioni di rapporti e avviare processi di storicizzazione dei seniores sembrerebbe il modo migliore per riconoscere un’eredità culturale e contribuire a una maggiore conoscenza delle sue durevoli necessità storiche e sociali.

L’enfasi su idiosincrasia, fatuità, ornamento, dismisura, moda, capriccio, stabilita per l’arte italiana post-Cattelan da fundraiser abili e ferocemente conformisti come Massimiliano Gioni (curatore della prossima Biennale di Venezia) o rilanciata da mostre come Sindrome Italiana al Magasin di Grenoble (2010-2011), risolve forse nell’attimo l’acuta impasse attuale. Conferma tuttavia che non esiste partecipazione a processi storici condivisi e che, al di là delle opere, manca la forza di avviare un confronto autorevole con la tradizione recente.

Accade qualcosa che difficilmente si dà in altri contesti avanzati: e che ha come prima causa il disinvestimento pubblico da musei, università, centri di ricerca. La storiografia viene a coincidere con la testimonianza autobiografica, l’interpretazione con il testo promozionale o l’intervista. Per deficit di istituzioni formative e espositive qualificate, pronte a intrecciare ricerca e produzione, in Italia regna una concezione privatistica e patrimoniale della memoria. La vicenda Triple Candie ad Artissima 2011 è rivelativa. Un giovane curatore invita un collettivo di artisti americani a produrre un progetto critico sull’arte povera. Timorosamente esterofilo nelle scelte curatoriali e assai debole sotto il profilo visivo, tuttavia non privo di graffiante ironia, con caricature di opere celebri e la messa in discussione della leggenda celantiana, il progetto è rifiutato a pochi giorni dall’inaugurazione: non, pare, per i suoi limiti interni ma per le possibili ritorsioni del patriarcato poverista.

L’opacità della tradizione italiana recente ai nostri stessi occhi è tale che le interpretazioni più accreditate dell’arte povera o della transavanguardia, cioè dei movimenti artistici italiani affermatisi internazionalmente negli ultimi decenni, sono prodotte da comunità di studio angloamericane. Ne è un esempio il numero di October (rivista di storia dell’arte contemporanea del MIT) dedicato all’arte italiana del dopoguerra (primavera 2008): non pochi interventi hanno il merito di rilanciare interrogativi o istanze di ricerca ma non mancano sviste o semplificazioni in chiave rudemente folklorica. In Italia non mancano esempi di inedita vivacità critica e storiografica, particolarmente tra le giovani generazioni, e si vanno producendo innovazioni interpretative o di metodo, ad esempio con la riconsiderazione dei rapporti tra storia delle immagini e storia dei contesti, la discussione critica della tradizione, il nuovo credito concesso a critici già collocati a margine, come Lonzi o Fossati. Sinora non esiste però una narrazione articolata e complessa della storia dell’arte postbellica, che riesca a intrecciare storia delle immagini, storia della critica e storia sociale; acutezza filologica e radicalità inquisitiva; e torni a avvicinare opere e famiglie di opere che ideologie o vicissitudini collezionistiche e di mercato hanno diviso.

I nuclei collezionistici più qualificati, omogenei e facilmente accessibili, poveristici, concettuali o altro, sono per lo più all’estero: in America, Germania, Svizzera. In decenni in cui l’agenda postcoloniale ha modellato pratiche interpretative e strategie di sovranità storiografica, il Centro scrive tuttora di una Periferia, quella italiana, che non riesce a elaborare in modo riflessivo il trauma della propria minoritarietà linguistica né a trasporlo in iniziativa culturale di rilievo sovranazionale. E’ inevitabile che da parte di artisti, critici, curatori early career vi sia difficoltà a rintracciare un’effettiva genealogia professionale da cui muovere; a acquisire precoce intimità con un’agenda nativa di temi e problemi. Sprovvisti di efficaci criteri di scelta, si è esposti alla proliferazione di higlights e discorsi secondari di cui sono disseminate blog, fanzine, riviste, portali. Prevalgono percorsi individuali e in larga parte casuali, da autodidatti: non sempre è un vantaggio.

La questione storiografica si intreccia intimamente alla questione più ampia della riappropriazione di conoscenze, tecniche e saperi da parte delle generazioni “precarie”, le attuali. Orientarsi in territori artistico-culturali rischiarati, disporre agevolmente di pratiche e “dizionari”, individuare dissensi e polemiche necessari: sono atti immaginativi orientati non a ciò che è stato ma a ciò che sarà. “Più che stabilire continuità”, scrive Anna Bravo in A colpi di cuore (2008), “la funzione elettiva degli alberi genealogici è mostrare i modelli a cui si rivolge un fenomeno nuovo; i modelli che ignora, quelli che inventa, e gli effetti che le scelte hanno sull’autoimmagine, la memoria, la storia”. Desideriamo muoverci abilmente e senza impaccio etnografico? Non possiamo farlo se ci affidiamo a logore versioni autocelebrative o ci conosciamo attraverso le narrazioni di storiografi imperiali che con pieno merito hanno disposto e interpretato i documenti, organizzato l’archivio, fatta scrupolosa manutenzione dei “significati”. Una riflessione critico-teorica acquisisce oggi status globale solo se situata, pronta a riformulare in modo efficace il “nativo” e il “locale”.

Curata da Francesco Bonami, la mostra Italics (2008, Palazzo Grassi)ha contribuito a avviare una riflessione sulla “specificità”, se tali, della scena artistica italiana contemporanea, sia pure in modo a tratti litigioso, reticente o confuso. Da circa quattro decenni, questa la tesi, l’arte italiana non riesce a imporsi, a produrre opere e interventi avvincenti perché corali, con scenari collettivi ben costruiti, un romanzo, un’epopea. Perché, si è indotti a chiedersi? L’arte italiana appare connotata dal distacco dalla sfera pubblica almeno dalla seconda metà degli anni Ottanta, se non già dal biennio “caldo” 1968-1969: le ragioni sono storiche e politiche prima che culturali. Il sistema dell’arte italiano è attualmente sorretto in misura pressoché esclusiva da capitali privati, in larga parte provenienti dall’industria del design e della moda. È quasi inevitabile, in assenza di un’efficace commitenza pubblica e di patronage dedicato, che temi o orientamenti “civili” siano trascurati: la composizione sociale e culturale della ricchezza, nel nostro paese, non è la più favorevole a orientamenti che stabiliscano distanze tra opere d’arte e merci di lusso.

“L’arte italiana”, sibila Bonami, “è stata violentata dal fondamentalismo politico che ne ha soppresso gli istinti internazionali più forti”. Nutriamo ragionevoli dubbi sul fatto che Argan, obiettivo polemico di Bonami, sia all’origine delle difficoltà odierne. Ma volgiamo per un attimo in domanda la recriminazione. Che cosa si attende, la platea globale, da un artista italiano, e quali sono “gli istinti internazionali più forti”? Emerge, da Italics, una prospettiva frammentaria e curiosamente restaurativa, formulata per accenni prudenti; prospettiva all’origine di scelte curatoriali successive, ad esempio nei Padiglioni italiani delle due ultime Biennali di Venezia, nel 2009 e nel 2011, tanto più discutibili sotto profili estetici, tecnici e professionali del progetto di Bonami, pure pronti a accoglierne l’appello populista e identitario e rilanciare l’argomento di una “vocazione” profonda dell’arte italiana. “La rimozione forzata, negli anni Settanta, di pittura e religione”, biasima Bonami, è “il trauma di una cultura che anziché cercare nella propria specifica intraducibilità l’occasione per diventare universale, ha preferito diventare introversa, finendo per parlare a se stessa”. Sul finire degli anni Settanta, con il ritorno alla pittura, si poteva infine sperare “in un recupero innovativo… Ma anziché sviluppare l’idea di un luogo, l’Italia, come fabbrica di genialità internazionale, [si] è ripiegati sulla catastrofica idea del genius loci.”

Non ha importanza, nel caso specifico, cogliere l’acerba polemica di Bonami con Bonito Oliva, quanto misurare il senso e perfino la paradossale vicinanza di posizioni peraltro aspramente conflittuali sul mercato della curatela. Il curatore di Italics, responsabile di istituzioni influenti e disparate, al centro di una densa rete di rapporti internazionali, non dismette la prospettiva in sostanza neofolklorica (o “irrazional-popolare”, come lui stesso la definisce) che si consolida tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta. Semplicemente chiede di giocarla con maggiore scaltrezza cosmopolita, malizia negoziale e attitudini brillantemente glocal. Non solo Totò, in altre parole: ma pure Dalì. Sullo sfondo della polemica antimodernista corre l’idea, parrebbe un po’ alla Brandi, di una fedeltà profonda, “antropologica”, della cultura figurativa italiana all’immagine, intesa ambiguamente sia in senso ludico che cultuale.

Colpiscono le analogie tra Bonami e Cattelan, l’artista più vicino al curatore. Italics ci appare di fatto come una sorta di cristallizzazione curatoriale della Nona Ora di Cattelan, scultura in lattice, cera e tessuto raffigurante papa Giovanni Paolo II colpito da un meteorite. Presentata nel 1999 alla Royal Academy di Londra in occasione della mostra Apocalypse e battuta due anni dopo da Christie’s alla cifra record di 886 mila dollari, la scultura costituisce sotto il profilo commerciale l’inatteso, deflagrante successo di un artista italiano nel contesto del sistema internazionale dell’arte. Dolente e lussuosa al tempo stesso, l’immagine del papa conquista la comunità angloamericana: congiunge ambiguamente liturgia e glamour pubblicitario, enigma del martirio e retoriche visuali da set. Può apparire come una professione di fede, come l’autoritratto en travesti di un artista impegnato in un difficile negoziato tra Centro e Periferia; oppure, all’opposto, come l’astuta, commerciale dilapidazione in chiave etnografica, sulla piazza metropolitana, di un’identità culturale e religiosa millenaria.

Vogliamo esemplificazioni più brutali della subalternità del mercato italiano dell’arte contemporanea al capitale internazionale, in particolare alla comunità angloamericana? Bene. In corso in questa stessa primavera 2012, nella sede newyorkese della galleria Haunch of Venison, Afro Burri Fontana, una mostra che si è proposta di promuovere negli Stati Uniti il modernismo italiano colto nei suoi pretesi apici (fino al 28 aprile). Per farlo la curatrice, Elena Geuna, ha curvato in senso gratuitamente adulatorio la storia dell’arte italiana. L’interesse storico degli artisti esposti, apprendiamo, risiede nel loro “intenso scambio interculturale con gli Stati Uniti” – affermazione, questa, del tutto fallace sul piano storiografico e risibile nello scrupolo di correttezza politica. Che nelle opere di Burri, dalle Muffe ai Sacchi a Ferri, si depositi una caustica riflessione politica sul dopoguerra italiano e sul processo di ricostruzione democratica; o che l’attività di Fontana al tempo dei Buchi e Tagli sia accompagnta da costanti inquietudini sul mutato equilibrio geopolitico e culturale del pianeta: questo sembra non avere interessato Geuna oppure aver costituito motivo di imbarazzo alla sua sbrigativa agenda commerciale. E’ stato dunque taciuto. Sarebbe stato sconveniente proporre una mostra sulla complessità tutt’altro che pacificata dei rapporti tra Italia e Usa negli anni Cinquanta e Sessanta? Non sappiamo. E’ tuttavia rilevante osservare che il maggior titolo di Geuna sembra essere quello dell’amicizia con François Pinault, proprietario di Christie’s e dunque della stessa Haunch of Venison. Già nell’organico di Sotheby’s Londra, in seguito curatrice di mostre memorabili come la retrospettiva di Pierre & Gilles alla seconda Biennale di Mosca(2007), Jeff Koons a Versailles (2008) e Lucio Fontana: Luce e Colore [sic] al Palazzo Ducale di Genova (2008), Geuna appare un’esecutrice elettiva quanto discreta dell’attuale disegno di commodification del modernismo italiano nel contesto globale.

Nel 1968 Paolini produce un fotocollage dal titolo Autoritratto. Malgrado il titolo, l’immagine non mostra il volto dell’artista, piuttosto la comunità amicale e degli affini. Lonzi è raffigurata in primo piano con Fontana e il Doganiere. Scorgiamo Boetti, Festa, Fabro, Consagra. E ancora: Corrado Levi, Anna Piva, Marisa Volpi, Pistoi, Argan, Calvesi. Le distinzioni di ruolo e cerchie professionali, pure presenti, non si sono ancora rivelate distruttive. A distanza di pochi mesi, il dibattito su statuto e ruolo sociale della critica porterà, in Italia, a distaccare curatorship e scrittura, organizzazione e interpretazione con argomenti che appaiono retrospettivamente non di rado sommari o strumentali.

La discussione sull’arte italiana contemporanea privilegia oggi gli anni Sessanta e Settanta. Tralascia in larga parte di indagare i decenni successivi o di esaminare criticamente le più significative posizioni critiche e curatoriali. Si interpreta l’Arte povera come “arte politica” tout court, riconoscendo importanza cruciale (forse eccessiva?) a Pistoletto. Emerge, tra molte semplificazioni, un elemento che consideriamo positivo: per la prima volta dalla stagione dei movimenti (forse addirittura dal dopoguerra) è condivisa la necessità di storiografie costruite “in presenza delle opere” (la citazione è da Longhi). Si presenta dunque l’opportunità di aprire a una filologia tutt’altro che repertoriale, al contrario: politica e immaginativa, praticata nei pressi di studi culturali e sociologia della cultura (di cui appare dispositivo metodologico preliminare), disponibile infine a provarsi sul piano dei processi culturali in divenire.

Programmaconvegno

Locandina convegno

Humanities oggi: che fare? Formazione, tutela, innovazione

Convegno a cura di Michele Dantini (Università del Piemonte orientale) e Lisa Roscioni (Università di Parma)

20 aprile 2012, h.10-13; 15-18

Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Piazza dell’ Enciclopedia Italiana, 4, Roma

Patrocinio: Università del Piemonte orientale, Università di Parma

English version below

call-convegno-treccani-humanities-20123

Programma dei lavori:

9.30am. Apertura convegno

Saluto del Presidente dell’Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, on. Giuliano Amato

Michele Dantini (Università del Piemonte Orientale). Humanities “innovazione sociale”. Come, quando, a quali condizioni

Lisa Roscioni (Università di Parma) Saperi che servono? Limiti e prospettive del recente dibattito sulle discipline umanistiche

I Sessione 

10.15-13.00

II Sessione

14.30-18.00

Interventi

Francesco Benigno (Università di Teramo) Fare storia al tempo della Memoria.

Dario Braga (Università di Bologna) Ricerca scientifica e ricerca umanistica, il valore della differenza

Massimo Bray (Direttore  editoriale Treccani) Dall’Enciclopedia italiana all’Enciclopedia degli italiani

Giulia Calvi (Istituto Universitario Europeo di Fiesole) Il genere: una categoria utile per la storia globale

Francesco Cataluccio (Responsabile programmi culturali di Frigoriferi Milanesi, Milano) Non più alla ricerca del tempo perduto. Filosofia e formazione per i nuovi studi umanistici

Stefano Chiodi (Università degli Studi Roma Tre) Formazione artistico-contemporanea e sfera pubblica

Tullio De Mauro (Università La Sapienza, Roma)  Uncle Scrooge, doktor Alzheimer e “la Musa che chiamano Antichità”

Claudio Giunta (Università di Trento) Che cosa studiare?

Andrea Graziosi (Università di Napoli Federico II) Ricostruire un futuro: humanities e valutazione

Roberto Moscati (Università di Milano Bicocca)  Scienze umane e moltiplicazione dei compiti dell’università

Tomaso Montanari (Università di Napoli Federico II) A cosa serve la storia dell’arte

Carlo Ossola (College de France)

Giulio Sapelli (Università Statale di Milano) Ritorno al futuro. Bildung come esercizio comunitario deistituzionalizzato

Alessandro Schiesaro (Università La Sapienza, Roma), Due culture, una cultura, nessuna cultura: la vera sfida per le scienze umane

Pierluigi Valsecchi (Università di Pavia) L’Araba Fenice degli studi africanisti.

Discussant: Angela Groppi (Università la Sapienza, Roma), Andrea Romano (Università di Tor Vergata)

Abstract: Obiettivo del panel è quello di mettere a confronto il dibattito nazionale e internazionale sull’insegnamento universitario delle Humanities  e sul loro declino in relazione non soltanto alle politiche di drastica restrizione di finanziamenti, ma anche e soprattutto ai temi dell’innovazione, dei rapporti tra economia e cultura, impresa e ricerca universitaria, della formazione della classe dirigente nel quadro politico e sociale attuale.

Presentazione: In ambito internazionale si è molto discusso negli ultimi tempi  su quella che viene chiamata “Death of Humanities” e cioè sul declino dell’insegnamento universitario e della ricerca quale effetto di politiche di drastica restrizione dei  finanziamenti pubblici e privati nel settore.  In un convegno tenutosi all’università di Cambridge nel febbraio del 2011 si è parlato, a proposito della riforma in atto del sistema universitario britannico, delle arti e delle Humanities come vere e proprie specie in via di estinzione. Presupposto delle nuove politiche universitarie, diffuse un po’ dovunque in Europa e al di là dell’Atlantico, è che gli investimenti vadano concentrati in campo tecnologico e scientifico, là dove cioè la connessione ricerca e sviluppo economico viene ritenuta più stringente. Anche in Italia il discorso sull’innovazione  risulta condotto in proprio e come sequestrato dagli economisti: nel momento in cui si vanno ridefinendo gli assetti universitari (le politiche, i finanziamenti, l’accesso alle professioni) corsi di laurea in Humanities e accademie appaiono di fatto ignorati dal progetto politico-istituzionale (e socio-culturale) che si va consolidando.

Nel febbraio 2011, a Roma, nel corso della Working Capital Conference dal titolo “Per rifare l’Italia, la grande sfida dell’innovazione” organizzata in occasione della lectio magistralis dell’economista postkeynesiano e premio nobel Edmund Phelps, l’allora rettore del Politecnico di Torino Francesco Profumo, seduto al tavolo dei relatori con, tra gli altri, Corrado Passera, Franco Bernabé, Irene Tinagli, Enrico Letta, Gianluca Dettori, ha tenuto quello che oggi, retrospettivamente, può apparirci il discorso di programma del ministro dell’istruzione e della ricerca scientifica. Malgrado l’enfasi posta da Tinagli nella relazione introduttiva sui caratteri “non lineari” della “creatività” e il proposito di portare la discussione su aspetti “non strettamente economici” ma “politico-culturali” e “di sistema”, non una parola è stata spesa, dagli altri relatori, per studi e competenze che non siano organici al mondo corporate: il modello “innovativo” cui si fa riferimento pressoché esclusivo, particolarmente nell’intervento di Profumo, finisce per essere quello ingegneristico-manageriale (o del design industriale). D’altronde lo stesso Edmund Phepls, nel corso del suo intervento, ha sottolineato come oggi sia opinione diffusa che i progressi economici avvengano a partire da “innovazioni grandi e piccole concepite dalle imprese stesse e da chi ci lavora” e non, come si riteneva in passato, grazie a “scoperte scientifiche o esplorazioni estranee al business”.

La risposta a questo genere di politiche si è situata, non solo a livello nazionale ma internazionale, su posizioni per lo più difensive e di rivendicazione, peraltro legittima.  Coma ha affermato recentemente Umberto Eco nel suo intervento al convegno “Saperi che servono. La ricerca umanistica e sociale in un’età di riforme” tenutosi a Bologna nel settembre 2011, una politica “che deprime finanziariamente le facoltà umanistiche, mette in discussione lo sviluppo armonico dei saperi e consegna il paese a una nuova forma di barbarie e dipendenza coloniale” . Da più parti si è insomma sottolineata l’importanza degli studi umanistici per riavviare “culture dell’interpretazione” dopo la desertificazione culturale prodotta dal prevalere di una visione economicistica della conoscenza e per costruire comunità cosmopolite, riflessive e tolleranti, aperte al confronto, capaci di iniziativa politica, sociale, imprenditoriale. In questo quadro appare tanto più irragionevole, in un contesto come quello italiano, rinunciare ad ambiti di competenza che contribuiscono (o hanno sinora contribuito) alla notorietà internazionale dell’Italia, là dove storicamente il lavoro fatto ad arte, l’”ingegno” e l’”invenzione” si sono sviluppati proprio nel contesto delle arti visive e letterarie. E se come afferma Tinagli, “è attraverso l’università che un paese si rende autorevole nel sistema internazionale del sapere e della conoscenza”, è anche vero però che è la semplice invocazione del termine “internazionale”, per quanto attiene alle discipline umanistiche, non è chiarificatrice né di per sé salvifica.

Più in generale, la questione del declino delle Humanities appare, per ciò che riguarda il caso italiano, assai complessa e articolata e non riconducibile soltanto al tema del taglio dei finanziamenti pubblici. Essa concerne per esempio la capacità o meno degli studi umanistici di assolvere ancora al compito tradizionalmente loro attribuito di formare la classe dirigente, un nodo che appare tanto più decisivo  a fronte di un’università il cui problema centrale, come ha sottolineato recentemente Andrea Graziosi, è quello di essersi solo formalmente, per così dire quantitativamente modernizzata come “replica allargata della vecchia università d’élite”. Ne è scaturita un’”università per tutti” nella quale la costante negazione dei principi della selezione e del merito, non solo nel reclutamento del corpo docente ma anche nell’applicazione del diritto allo studio, è andata di pari passo, salvo rare eccezioni, con una sua progressiva dequalificazione. Ci si domanda inoltre se la superiorità riconosciuta a livello nazionale e globale al modello tecnico-quantitativo nelle politiche dell’istruzione non sia anche conseguenza di una progressiva perdita di autorevolezza sociale, politica e culturale delle discipline umanistiche dovuta, oltre a quella che Tullio De Mauro ha chiamato l’“ondata scientista”,  anche alla loro iperspecializzazione e alla loro tecnicizzazione con risultati che oggi sono sotto gli occhi di tutti. E’ innegabile infatti che la crisi odierna dell’insegnamento universitario sia anche generata, oltre che a una cattiva o inadeguata gestione degli investimenti, anche dal susseguirsi di riforme che, con l’acquiescenza di una classe docente spesso debole e sempre meno qualificata, hanno preteso di formare precarie o inesistenti figure professionali (per esempio nell’ambito dei beni culturali) impoverendo i percorsi formativi e producendo masse di laureati spesso privi di quella capacità critica e di quelle competenze indispensabili per avere accesso al mondo del  lavoro, dell’insegnamento e della ricerca. Per Claudio Gentili, responsabile educazione di Confindustria, gli studenti dei corsi di laurea in studi umanistici acquisiscono “deboli capacità cosiddette decisionali (incertezza di fronte a un menù di scelte) e deboli capacità cosiddette diagnostiche (per esempio nella ricerca di informazioni online)”. L’affermazione merita di essere considerata, anche se (o proprio perché) confligge con nostre convinzioni profonde. Tendiamo infatti a ritenere che proprio l’esercizio assiduo dell’interpretazione (di un testo letterario o di un’opera d’arte, poniamo) consolidi attitudini idonee all’orientamento in contesti complessi. Quanto si rimprovera oggi agli studi umanistici è a nostro parere effetto di una crisi interna, del progressivo deficit di insegnamento critico e qualificato, delle gravi inefficienze dei processi di reclutamento, della mancanza di scelte politico-istituzionali e di finanziamenti adeguati e selettivi, piuttosto che gap connaturato.

Proprio la distanza tra economia e cultura, impresa e ricerca universitaria è tra i problemi maggiori del nostro paese: ha costi ingenti sul piano occupazionale, produttivo e della job satisfaction. “Quello dell’istruzione, in Italia, è un insuccesso che si riflette sulla capacità delle persone di trovare occupazione”, afferma Fabrizio Barca, già economista Ocse e attuale ministro per la coesione territoriale, “sulla capacità dei lavoratori di innovare nel processo produttivo e di interagire con il lavoro più specializzato, sulla capacità degli imprenditori di concettualizzare le proprie intuizioni produttive e di cercare e stabilire una proficua relazione con la scienza e la ricerca”. In questo quadro, la ricerca dell’antidoto, di una panacea universale che permetta di  superare la crisi dell’insegnamento e quel  gap culturale e cognitivo che sembra separare anni luce le giovani e giovanissime generazioni dalla quelle che le hanno immediatamente precedute affinché possano recuperare quella capacità argomentativa e di critica della conoscenza indispensabile per orientarsi nel mondo reale, accomuna e per certi versi segna il limite di molte riflessioni sul destino/declino delle Humanities.

La riflessione, a nostro parere, deve rivolgersi verso considerazioni più ampie e ulteriori obiettivi. Perché non prevedere ad esempio che la proposta di una Banca nazionale dell’innovazione, lanciata da Edmund Phelps nel corso del convegno a Roma, possa beneficiare start up negli ambiti dell’editoria, il giornalismo, le tecnologie (informatiche e non) dei beni culturali, l’impresa sociale? E’ evidente che, perché ciò accada, i corsi delle facoltà umanistiche dovrebbero essere concepiti in modo nuovo, e integrate le competenze:  niente che non si possa fare con un sobrio programma di investimenti e un progetto politico di riqualificazione. La riflessione potrebbe inoltre includere indicatori di “innovazione” che non siano necessariamente economicistici  o indirizzati soltanto verso  lo sviluppo di nuove tecnologie dell’informazione e della conoscenza, ma che accrescano senso di responsabilità e appartenenza, producano partecipazione e diffusa densità argomentativa, preludano a trasformazioni sociali, culturali, ambientali. Si pensi, soltanto per citare qualche esempio, a come, da circa quattro decenni l’analisi testuale (e iconografica) abbia congiunto al proprio interno metodo filologico e prospettive critico-ideologiche maturate all’interno di discipline storicamente distinte dalla storia letteraria (o artistica), quali l’etnografia, la sociologia, gli area studies, gli studi di gender, l’ecologia politica e sociale. Gli studi sull’immigrazione, la teoria postcoloniale o dell’incontro culturale, i dibattiti sulle politiche della memoria o sull’industria culturale hanno prodotto notevoli ampliamenti interpretativi e discorsivi, destato nuove sensibilità, sospinto l’uso del testo in direzioni civili e democratiche. Si sono prodotte discontinuità tecniche e storiografiche: perché non riconoscerle come “innovazioni” dalle rilevanti implicazioni sociali?


Humanities today: what should be done? Education, guardianship innovation

Panel project: The panel’s objective is to discuss the national and international debate on university teaching of the Humanities and their decline, not only with regard to policies that create drastic cutbacks in funding, but also and above all concerning themes of innovation, relationships between economy and culture, business and university research, and the education of the managerial class in the current political and social context.

Presentation: There has been much discussion recently at the international level of what has been called the “Death of Humanities,” or the decline of university teaching and research as a result of policies that drastically cut public and private funding in the sector. At a conference held at Cambridge in February 2011 on the current reform of the British university system, the arts and humanities were spoken of as endangered species. New university policies, which have become widespread throughout Europe and across the Atlantic as well, call for investments to be concentrated in technological and scientific fields, where the link between research and economic development is considered clear-cut. In Italy, discussion of innovation in this area is conducted internally, as if sequestered by economists: while university organizations (policies, financing, professional prospects) are being re-defined, degree courses in the humanities as well as academies seem to be completely ignored by the political-institutional (and socio-cultural) strategy in development.

During the February 2011 Rome Working Capital Conference entitled “Per rifare l’Italia, la grande sfida dell’innovazione” (Re-making Italy: the great challenge of innovation) organized around the lectio magistralis by the Nobel Prize-winning post-Keynsian economist Edmund Phelps, the then-president of Turin Polytechnic, Francesco Profumo, sitting at the speakers’ table with Corrado Passera, Franco Bernabé, Irene Tinagli, Enrico Letta and Gianluca Dettori, among others, gave what might now in retrospect seem to have been a speech laid out by the minister of education and scientific research. In spite of Tinagli’s introductory talk, which emphasized the “non-linear” nature of “creativity” and the prospect of focusing the discussion on “not strictly economic” but “political-cultural” and “systemic” aspects, the other speakers said nothing about studies and competency areas not integral to the corporate world: virtually the only model of “innovation” referred to, particularly in Profumo’s talk, was that of management-engineering (or industrial design). And furthermore, during the course of his talk Edmund Phelps himself underlined that it is now widely believed that economic progress begins with “large and small innovations devised by businesses themselves, and by workers,” and not, as had been thought in the past, thanks to “scientific discoveries or explorations unconnected to the business world.”

The national and international response to these types of policies has been based largely on defensive positions and demands, quite legitimate ones.  As Umberto Eco recently asserted in his talk at the conference “Saperi che servono. La ricerca umanistica e sociale in un’età di riforme” (Necessary knowledge: humanistic and social research in an age of reform) held in Bologna in September 2011, a policy “that financially weakens humanities departments undermines the harmonic development of knowledge and relegates the country to a new form of barbarism and colonial dependency.” In short, comments from all sides underlined the importance of humanistic studies in reviving “cultures of interpretation” following the cultural desertification produced by the prevalence of an economics-focused view of knowledge, and in building reflective, tolerant, cosmopolitan communities open to discussion and capable of political, social and entrepreneurial initiative. From this standpoint, and in a context like the Italian one, it seems all the more foolish to disregard spheres of knowledge that contribute (or have contributed up to now) to Italy’s international reputation, given that, historically, skillful work, “genius” and “invention” have come about in the context of visual and literary arts. And while, as Tinagli asserts, “it is through the university that a country gains authority in the international system of knowledge,” it is also true that the mere invocation of the term “international,” however germane to humanistic disciplines, is neither clarifying nor redeeming in itself.

Generally speaking, the decline of the humanities in the Italian case appears to be an extremely complex and thorny question, and cannot be reduced simply to the problem of cutbacks in public financing. For example, it involves humanistic studies’ continuing capacity (or lack thereof) to play the traditional role of educating the managing classes, an issue that seems all the more significant if we consider that the central problem of today’s university, as Andrea Graziosi recently noted, is that it has only been formally or “quantitatively” modernized as an “enlarged replica of the old elite university.” This has led to the creation of a “university for everyone” in which the constant rejection of the principles of selectiveness and merit – not only in the recruiting of teaching staff but also in the application of the right to study – has gone hand in hand, but for a few rare exceptions, with a progressive de-qualification. Furthermore, we must wonder whether the nationally- and globally-acknowledged superiority of the technical-quantitative model in education policy-making may not also be a consequence of a progressive loss of social, political and cultural authoritativeness on the part of the humanistic disciplines, due not only to what Tullio De Mauro called the “scientistic wave”, but also to hyper-specialization and technologization in the humanities themselves, the results of which are quite evident. In fact, it is undeniable that the current crisis in university teaching has been generated not only by poor or inadequate management of investments, but also by a long succession of reforms which, with the acquiescence of an often weak and increasingly unqualified corps of teachers, have created a system that educates students to be equivocal or inexistent professional figures (for example, in the area of cultural assets), watering down degree courses and producing masses of graduates who often lack the critical capacities and skills necessary for success in the world of work, teaching and/or research. According to Claudio Gentili, Confindustria’s head of education, students in humanities degree courses acquire “weak so-called decisional capacities (uncertainty when faced with a menu of choices) and weak so-called diagnostic capacities (for example, in searching for information online)”. Gentili’s assertion is worthy of consideration, even if (or precisely because) it conflicts with our deepest beliefs. In fact, we tend to believe that diligent exercise in interpretation (of a literary text or a work of art, for example) consolidates one’s capacity for self-orientation in complex contexts. The failings of humanistic studies often pointed to today are, in our opinion, the result of an internal crisis, a progressive shortfall of critical and qualified teaching, serious inefficiencies in recruiting processes, and a lack of political-institutional choices and adequate and selective funding, rather than any inherent fault.

Precisely this distance between economy and culture, between business enterprise and university research, is one of our country’s most significant problems; it has enormous costs in terms of employment, productivity and job satisfaction. “Education in Italy is a failure reflected in people’s capacity to find employment,” asserts Fabrizio Barca, previously an economist at the OECD and current Minister for territorial cohesion, “in workers’ capacity to innovate production processes and interact with more specialized types of work, and on entrepreneurs’ capacity to conceptualize their own productive intuitions and seek to establish fruitful relationships with science and research.” In this perspective, the search for an antidote to overcome the crisis in education and the cultural and cognitive gap that seems to set the younger generations light years apart from those that immediately preceded them  – some sort of universal panacea that would allow them to develop the capacity for argumentation and critical knowledge indispensable for life in the real world – unites and to some degree delimits numerous reflections on the destiny/decline of the Humanities.

But in our view, such reflection must turn to broader considerations and different goals. For example, why not imagine that the proposal for a National Innovation Bank launched by Edmund Phelps during the Rome conference might benefit start-ups in publishing, journalism, technology (IT and others), cultural assets and social enterprise? It is clear that, in order for this to happen, humanities department courses must be conceived in a new way, and skills must be integrated; this can be achieved through serious investment and a political re-qualification plan. Our reflection should also include indicators of “innovation” that are not necessarily economic in nature or geared solely towards the development of new information and knowledge technologies, but that breed a sense of responsibility and belonging, generate participation and thoughtful discussion, and lead to social, cultural and environmental transformations. Just to cite a few examples, consider that for nearly four decades, textual and iconographic analysis have brought together philological methodology and critical-ideological perspectives developed within disciplines that were historically distinct from literary (or artistic) studies, such as ethnography, sociology, area studies, gender studies and political and social ecology. Immigration studies, post-colonial or cultural encounter theory and debate over memorial policies or the cultural industry have produced a considerable broadening of discourse and interpretation, awakened new sensibilities, driven the use of text in civic and democratic directions. Technical and historiographic discontinuities have thus been generated – why not acknowledge them as “innovations” with relevant social implications?

Humanities oggi: che fare? Formazione, tutela, innovazione

Convegno a cura di Michele Dantini (Università del Piemonte orientale) e Lisa Roscioni (Università di Parma)

20 aprile 2012, h.10-13; 15-18

Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Piazza dell’ Enciclopedia Italiana, 4, Roma

Patrocinio: Università del Piemonte orientale, Università di Parma

Partecipanti: Francesco Benigno (Università di Teramo), Dario Braga (Università di Bologna), Massimo Bray (Direttore  editoriale Treccani), Giulia Calvi (Istituto universitario europeo, Fiesole, Firenze), Francesco Cataluccio (Responsabile programmi culturali di Frigoriferi Milanesi, Milano), Stefano Chiodi (Università Roma Tre), Tullio De Mauro (Università La Sapienza, Roma), Claudio Giunta (Università di Trento), Andrea Graziosi (Università di Napoli Federico II), Tomaso Montanari (Università di Napoli Federico II), Roberto Moscati (Università di Milano Bicocca), Carlo Ossola (Collège de France, Parigi), Giulio Sapelli (Università Statale di Milano), Pierluigi Valsecchi (Università di Pavia), Andrea Romano (Università di Tor Vergata).

English version below

Open Call for Registration: Open Call for Registration_Convegno Humanities Treccani 2012

Abstract: Obiettivo del panel è quello di mettere a confronto il dibattito nazionale e internazionale sull’insegnamento universitario delle Humanities  e sul loro declino in relazione non soltanto alle politiche di drastica restrizione di finanziamenti, ma anche e soprattutto ai temi dell’innovazione, dei rapporti tra economia e cultura, impresa e ricerca universitaria, della formazione della classe dirigente nel quadro politico e sociale attuale.

Presentazione: In ambito internazionale si è molto discusso negli ultimi tempi  su quella che viene chiamata “Death of Humanities” e cioè sul declino dell’insegnamento universitario e della ricerca quale effetto di politiche di drastica restrizione dei  finanziamenti pubblici e privati nel settore.  In un convegno tenutosi all’università di Cambridge nel febbraio del 2011 si è parlato, a proposito della riforma in atto del sistema universitario britannico, delle arti e delle Humanities come vere e proprie specie in via di estinzione. Presupposto delle nuove politiche universitarie, diffuse un po’ dovunque in Europa e al di là dell’Atlantico, è che gli investimenti vadano concentrati in campo tecnologico e scientifico, là dove cioè la connessione ricerca e sviluppo economico viene ritenuta più stringente. Anche in Italia il discorso sull’innovazione  risulta condotto in proprio e come sequestrato dagli economisti: nel momento in cui si vanno ridefinendo gli assetti universitari (le politiche, i finanziamenti, l’accesso alle professioni) corsi di laurea in Humanities e accademie appaiono di fatto ignorati dal progetto politico-istituzionale (e socio-culturale) che si va consolidando.

Nel febbraio 2011, a Roma, nel corso della Working Capital Conference dal titolo “Per rifare l’Italia, la grande sfida dell’innovazione” organizzata in occasione della lectio magistralis dell’economista postkeynesiano e premio nobel Edmund Phelps, l’allora rettore del Politecnico di Torino Francesco Profumo, seduto al tavolo dei relatori con, tra gli altri, Corrado Passera, Franco Bernabé, Irene Tinagli, Enrico Letta, Gianluca Dettori, ha tenuto quello che oggi, retrospettivamente, può apparirci il discorso di programma del ministro dell’istruzione e della ricerca scientifica. Malgrado l’enfasi posta da Tinagli nella relazione introduttiva sui caratteri “non lineari” della “creatività” e il proposito di portare la discussione su aspetti “non strettamente economici” ma “politico-culturali” e “di sistema”, non una parola è stata spesa, dagli altri relatori, per studi e competenze che non siano organici al mondo corporate: il modello “innovativo” cui si fa riferimento pressoché esclusivo, particolarmente nell’intervento di Profumo, finisce per essere quello ingegneristico-manageriale (o del design industriale). D’altronde lo stesso Edmund Phepls, nel corso del suo intervento, ha sottolineato come oggi sia opinione diffusa che i progressi economici avvengano a partire da “innovazioni grandi e piccole concepite dalle imprese stesse e da chi ci lavora” e non, come si riteneva in passato, grazie a “scoperte scientifiche o esplorazioni estranee al business”.

La risposta a questo genere di politiche si è situata, non solo a livello nazionale ma internazionale, su posizioni per lo più difensive e di rivendicazione, peraltro legittima.  Coma ha affermato recentemente Umberto Eco nel suo intervento al convegno “Saperi che servono. La ricerca umanistica e sociale in un’età di riforme” tenutosi a Bologna nel settembre 2011, una politica “che deprime finanziariamente le facoltà umanistiche, mette in discussione lo sviluppo armonico dei saperi e consegna il paese a una nuova forma di barbarie e dipendenza coloniale” . Da più parti si è insomma sottolineata l’importanza degli studi umanistici per riavviare “culture dell’interpretazione” dopo la desertificazione culturale prodotta dal prevalere di una visione economicistica della conoscenza e per costruire comunità cosmopolite, riflessive e tolleranti, aperte al confronto, capaci di iniziativa politica, sociale, imprenditoriale. In questo quadro appare tanto più irragionevole, in un contesto come quello italiano, rinunciare ad ambiti di competenza che contribuiscono (o hanno sinora contribuito) alla notorietà internazionale dell’Italia, là dove storicamente il lavoro fatto ad arte, l’”ingegno” e l’”invenzione” si sono sviluppati proprio nel contesto delle arti visive e letterarie. E se come afferma Tinagli, “è attraverso l’università che un paese si rende autorevole nel sistema internazionale del sapere e della conoscenza”, è anche vero però che è la semplice invocazione del termine “internazionale”, per quanto attiene alle discipline umanistiche, non è chiarificatrice né di per sé salvifica.

Più in generale, la questione del declino delle Humanities appare, per ciò che riguarda il caso italiano, assai complessa e articolata e non riconducibile soltanto al tema del taglio dei finanziamenti pubblici. Essa concerne per esempio la capacità o meno degli studi umanistici di assolvere ancora al compito tradizionalmente loro attribuito di formare la classe dirigente, un nodo che appare tanto più decisivo  a fronte di un’università il cui problema centrale, come ha sottolineato recentemente Andrea Graziosi, è quello di essersi solo formalmente, per così dire quantitativamente modernizzata come “replica allargata della vecchia università d’élite”. Ne è scaturita un’”università per tutti” nella quale la costante negazione dei principi della selezione e del merito, non solo nel reclutamento del corpo docente ma anche nell’applicazione del diritto allo studio, è andata di pari passo, salvo rare eccezioni, con una sua progressiva dequalificazione. Ci si domanda inoltre se la superiorità riconosciuta a livello nazionale e globale al modello tecnico-quantitativo nelle politiche dell’istruzione non sia anche conseguenza di una progressiva perdita di autorevolezza sociale, politica e culturale delle discipline umanistiche dovuta, oltre a quella che Tullio De Mauro ha chiamato l’“ondata scientista”,  anche alla loro iperspecializzazione e alla loro tecnicizzazione con risultati che oggi sono sotto gli occhi di tutti. E’ innegabile infatti che la crisi odierna dell’insegnamento universitario sia anche generata, oltre che a una cattiva o inadeguata gestione degli investimenti, anche dal susseguirsi di riforme che, con l’acquiescenza di una classe docente spesso debole e sempre meno qualificata, hanno preteso di formare precarie o inesistenti figure professionali (per esempio nell’ambito dei beni culturali) impoverendo i percorsi formativi e producendo masse di laureati spesso privi di quella capacità critica e di quelle competenze indispensabili per avere accesso al mondo del  lavoro, dell’insegnamento e della ricerca. Per Claudio Gentili, responsabile educazione di Confindustria, gli studenti dei corsi di laurea in studi umanistici acquisiscono “deboli capacità cosiddette decisionali (incertezza di fronte a un menù di scelte) e deboli capacità cosiddette diagnostiche (per esempio nella ricerca di informazioni online)”. L’affermazione merita di essere considerata, anche se (o proprio perché) confligge con nostre convinzioni profonde. Tendiamo infatti a ritenere che proprio l’esercizio assiduo dell’interpretazione (di un testo letterario o di un’opera d’arte, poniamo) consolidi attitudini idonee all’orientamento in contesti complessi. Quanto si rimprovera oggi agli studi umanistici è a nostro parere effetto di una crisi interna, del progressivo deficit di insegnamento critico e qualificato, delle gravi inefficienze dei processi di reclutamento, della mancanza di scelte politico-istituzionali e di finanziamenti adeguati e selettivi, piuttosto che gap connaturato.

Proprio la distanza tra economia e cultura, impresa e ricerca universitaria è tra i problemi maggiori del nostro paese: ha costi ingenti sul piano occupazionale, produttivo e della job satisfaction. “Quello dell’istruzione, in Italia, è un insuccesso che si riflette sulla capacità delle persone di trovare occupazione”, afferma Fabrizio Barca, già economista Ocse e attuale ministro per la coesione territoriale, “sulla capacità dei lavoratori di innovare nel processo produttivo e di interagire con il lavoro più specializzato, sulla capacità degli imprenditori di concettualizzare le proprie intuizioni produttive e di cercare e stabilire una proficua relazione con la scienza e la ricerca”. In questo quadro, la ricerca dell’antidoto, di una panacea universale che permetta di  superare la crisi dell’insegnamento e quel  gap culturale e cognitivo che sembra separare anni luce le giovani e giovanissime generazioni dalla quelle che le hanno immediatamente precedute affinché possano recuperare quella capacità argomentativa e di critica della conoscenza indispensabile per orientarsi nel mondo reale, accomuna e per certi versi segna il limite di molte riflessioni sul destino/declino delle Humanities.

La riflessione, a nostro parere, deve rivolgersi verso considerazioni più ampie e ulteriori obiettivi. Perché non prevedere ad esempio che la proposta di una Banca nazionale dell’innovazione, lanciata da Edmund Phelps nel corso del convegno a Roma, possa beneficiare start up negli ambiti dell’editoria, il giornalismo, le tecnologie (informatiche e non) dei beni culturali, l’impresa sociale? E’ evidente che, perché ciò accada, i corsi delle facoltà umanistiche dovrebbero essere concepiti in modo nuovo, e integrate le competenze:  niente che non si possa fare con un sobrio programma di investimenti e un progetto politico di riqualificazione. La riflessione potrebbe inoltre includere indicatori di “innovazione” che non siano necessariamente economicistici  o indirizzati soltanto verso  lo sviluppo di nuove tecnologie dell’informazione e della conoscenza, ma che accrescano senso di responsabilità e appartenenza, producano partecipazione e diffusa densità argomentativa, preludano a trasformazioni sociali, culturali, ambientali. Si pensi, soltanto per citare qualche esempio, a come, da circa quattro decenni l’analisi testuale (e iconografica) abbia congiunto al proprio interno metodo filologico e prospettive critico-ideologiche maturate all’interno di discipline storicamente distinte dalla storia letteraria (o artistica), quali l’etnografia, la sociologia, gli area studies, gli studi di gender, l’ecologia politica e sociale. Gli studi sull’immigrazione, la teoria postcoloniale o dell’incontro culturale, i dibattiti sulle politiche della memoria o sull’industria culturale hanno prodotto notevoli ampliamenti interpretativi e discorsivi, destato nuove sensibilità, sospinto l’uso del testo in direzioni civili e democratiche. Si sono prodotte discontinuità tecniche e storiografiche: perché non riconoscerle come “innovazioni” dalle rilevanti implicazioni sociali?

English version below

Humanities today: what should be done? Education, guardianship innovation

Michele Dantini and Lisa Roscioni

Lecturers: Franco Benigno (Università di Teramo), Dario Braga (Università di Bologna), Massimo Bray (Direttore  editoriale Treccani), Giulia Calvi (Istituto universitario europeo di Fiesole), Francesco Cataluccio (Responsabile programmi culturali di Frigoriferi Milanesi, Milano), Stefano Chiodi (Università Roma Tre), Tullio De Mauro (Università La Sapienza, Roma), Claudio Giunta (Università di Trento), Andrea Graziosi (Università di Napoli Federico II), Tomaso Montanari (Università di Napoli Federico II), Roberto Moscati (Università di Milano Bicocca), Giulio Sapelli (Università Statale di Milano), Alessandro Schiesaro (Università La Sapienza, Roma), Pierluigi Valsecchi (Università di Pavia), Andrea Romano (Università di Tor Vergata).

Panel project: The panel’s objective is to discuss the national and international debate on university teaching of the Humanities and their decline, not only with regard to policies that create drastic cutbacks in funding, but also and above all concerning themes of innovation, relationships between economy and culture, business and university research, and the education of the managerial class in the current political and social context.

Presentation: There has been much discussion recently at the international level of what has been called the “Death of Humanities,” or the decline of university teaching and research as a result of policies that drastically cut public and private funding in the sector. At a conference held at Cambridge in February 2011 on the current reform of the British university system, the arts and humanities were spoken of as endangered species. New university policies, which have become widespread throughout Europe and across the Atlantic as well, call for investments to be concentrated in technological and scientific fields, where the link between research and economic development is considered clear-cut. In Italy, discussion of innovation in this area is conducted internally, as if sequestered by economists: while university organizations (policies, financing, professional prospects) are being re-defined, degree courses in the humanities as well as academies seem to be completely ignored by the political-institutional (and socio-cultural) strategy in development.

During the February 2011 Rome Working Capital Conference entitled “Per rifare l’Italia, la grande sfida dell’innovazione” (Re-making Italy: the great challenge of innovation) organized around the lectio magistralis by the Nobel Prize-winning post-Keynsian economist Edmund Phelps, the then-president of Turin Polytechnic, Francesco Profumo, sitting at the speakers’ table with Corrado Passera, Franco Bernabé, Irene Tinagli, Enrico Letta and Gianluca Dettori, among others, gave what might now in retrospect seem to have been a speech laid out by the minister of education and scientific research. In spite of Tinagli’s introductory talk, which emphasized the “non-linear” nature of “creativity” and the prospect of focusing the discussion on “not strictly economic” but “political-cultural” and “systemic” aspects, the other speakers said nothing about studies and competency areas not integral to the corporate world: virtually the only model of “innovation” referred to, particularly in Profumo’s talk, was that of management-engineering (or industrial design). And furthermore, during the course of his talk Edmund Phelps himself underlined that it is now widely believed that economic progress begins with “large and small innovations devised by businesses themselves, and by workers,” and not, as had been thought in the past, thanks to “scientific discoveries or explorations unconnected to the business world.”

The national and international response to these types of policies has been based largely on defensive positions and demands, quite legitimate ones.  As Umberto Eco recently asserted in his talk at the conference “Saperi che servono. La ricerca umanistica e sociale in un’età di riforme” (Necessary knowledge: humanistic and social research in an age of reform) held in Bologna in September 2011, a policy “that financially weakens humanities departments undermines the harmonic development of knowledge and relegates the country to a new form of barbarism and colonial dependency.” In short, comments from all sides underlined the importance of humanistic studies in reviving “cultures of interpretation” following the cultural desertification produced by the prevalence of an economics-focused view of knowledge, and in building reflective, tolerant, cosmopolitan communities open to discussion and capable of political, social and entrepreneurial initiative. From this standpoint, and in a context like the Italian one, it seems all the more foolish to disregard spheres of knowledge that contribute (or have contributed up to now) to Italy’s international reputation, given that, historically, skillful work, “genius” and “invention” have come about in the context of visual and literary arts. And while, as Tinagli asserts, “it is through the university that a country gains authority in the international system of knowledge,” it is also true that the mere invocation of the term “international,” however germane to humanistic disciplines, is neither clarifying nor redeeming in itself.

Generally speaking, the decline of the humanities in the Italian case appears to be an extremely complex and thorny question, and cannot be reduced simply to the problem of cutbacks in public financing. For example, it involves humanistic studies’ continuing capacity (or lack thereof) to play the traditional role of educating the managing classes, an issue that seems all the more significant if we consider that the central problem of today’s university, as Andrea Graziosi recently noted, is that it has only been formally or “quantitatively” modernized as an “enlarged replica of the old elite university.” This has led to the creation of a “university for everyone” in which the constant rejection of the principles of selectiveness and merit – not only in the recruiting of teaching staff but also in the application of the right to study – has gone hand in hand, but for a few rare exceptions, with a progressive de-qualification. Furthermore, we must wonder whether the nationally- and globally-acknowledged superiority of the technical-quantitative model in education policy-making may not also be a consequence of a progressive loss of social, political and cultural authoritativeness on the part of the humanistic disciplines, due not only to what Tullio De Mauro called the “scientistic wave”, but also to hyper-specialization and technologization in the humanities themselves, the results of which are quite evident. In fact, it is undeniable that the current crisis in university teaching has been generated not only by poor or inadequate management of investments, but also by a long succession of reforms which, with the acquiescence of an often weak and increasingly unqualified corps of teachers, have created a system that educates students to be equivocal or inexistent professional figures (for example, in the area of cultural assets), watering down degree courses and producing masses of graduates who often lack the critical capacities and skills necessary for success in the world of work, teaching and/or research. According to Claudio Gentili, Confindustria’s head of education, students in humanities degree courses acquire “weak so-called decisional capacities (uncertainty when faced with a menu of choices) and weak so-called diagnostic capacities (for example, in searching for information online)”. Gentili’s assertion is worthy of consideration, even if (or precisely because) it conflicts with our deepest beliefs. In fact, we tend to believe that diligent exercise in interpretation (of a literary text or a work of art, for example) consolidates one’s capacity for self-orientation in complex contexts. The failings of humanistic studies often pointed to today are, in our opinion, the result of an internal crisis, a progressive shortfall of critical and qualified teaching, serious inefficiencies in recruiting processes, and a lack of political-institutional choices and adequate and selective funding, rather than any inherent fault.

Precisely this distance between economy and culture, between business enterprise and university research, is one of our country’s most significant problems; it has enormous costs in terms of employment, productivity and job satisfaction. “Education in Italy is a failure reflected in people’s capacity to find employment,” asserts Fabrizio Barca, previously an economist at the OECD and current Minister for territorial cohesion, “in workers’ capacity to innovate production processes and interact with more specialized types of work, and on entrepreneurs’ capacity to conceptualize their own productive intuitions and seek to establish fruitful relationships with science and research.” In this perspective, the search for an antidote to overcome the crisis in education and the cultural and cognitive gap that seems to set the younger generations light years apart from those that immediately preceded them  – some sort of universal panacea that would allow them to develop the capacity for argumentation and critical knowledge indispensable for life in the real world – unites and to some degree delimits numerous reflections on the destiny/decline of the Humanities.

But in our view, such reflection must turn to broader considerations and different goals. For example, why not imagine that the proposal for a National Innovation Bank launched by Edmund Phelps during the Rome conference might benefit start-ups in publishing, journalism, technology (IT and others), cultural assets and social enterprise? It is clear that, in order for this to happen, humanities department courses must be conceived in a new way, and skills must be integrated; this can be achieved through serious investment and a political re-qualification plan. Our reflection should also include indicators of “innovation” that are not necessarily economic in nature or geared solely towards the development of new information and knowledge technologies, but that breed a sense of responsibility and belonging, generate participation and thoughtful discussion, and lead to social, cultural and environmental transformations. Just to cite a few examples, consider that for nearly four decades, textual and iconographic analysis have brought together philological methodology and critical-ideological perspectives developed within disciplines that were historically distinct from literary (or artistic) studies, such as ethnography, sociology, area studies, gender studies and political and social ecology. Immigration studies, post-colonial or cultural encounter theory and debate over memorial policies or the cultural industry have produced a considerable broadening of discourse and interpretation, awakened new sensibilities, driven the use of text in civic and democratic directions. Technical and historiographic discontinuities have thus been generated – why not acknowledge them as “innovations” with relevant social implications?

Open Call for Registration_Convegno Humanities Treccani 2012

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: