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Esistono “zone di contatto” e significative sovrapposizioni tra due sottomondi sociologici che consideriamo distanti? Ha senso considerare l’arte contemporanea, quantomeno nella sua componente mainstream, ancora un artigianato umanistico, alla ricerca di qualcosa come “gusto”, “profonditá”, motivazione intrinseca e autonomia della “cultura”? E il modello di “innovazione dirompente” vale anche per la competizione artistica e “culturale”? Ne scrivo @Artribune #22.

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_L’Huffington, 7.5.2014, qui

“…Proponendosi come editorialista del Sole 24Ore, dove si qualifica come presidente del Cambridge Management Consulting Labs, Marco Carrai non sembra oggi nutrire alcun dubbio o esitazione sull’opportunità del suo ruolo di commentatore politico-economico (o “influencer”, come lui direbbe). Al contrario.

In occasione del suo ultimo intervento, Carrai suggerisce al MiBACT una direzione di autoriforma in senso spiccatamente commerciale. Non solo. Delinea una politica della comunicazione unilateralmente orientata al turismo e al marketing del patrimonio artistico e ambientale. È un semplice imprenditore a caccia di affari? Purtroppo no. Non è solo questo. Stupisce che non si avverta l’indebita pressione esercitata sulle politiche governative in tema di patrimonio – perché di questo si tratta – o il potenziale conflitto di interessi di un Grande Elettore che si candida a ministro ombra dei Beni culturali.

Si scrive Dario Franceschini ma si pronuncia Marco Carrai? È una domanda che è inevitabile porsi…”

 

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