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Leggo ‪#‎GuglielmoForgesDavanzati‬  ROARS Return on Academic ReSearch#ANVUR ‪#‎politicheuniversità‬ e sono colpito dall’allarme per l’individualità creativa – allarme che condivido in pieno (qui). Il rapporto tra ricerca e movimenti mi sembra prezioso per la cultura umanistica in una congiuntura avversa come quella attuale; in Italia e altrove. Ma è un rapporto da considerare in un doppio senso e con accorgimenti specifici. Nel Momento Eureka. Pensiero critico e creatività (Doppiozero CheFare), in particolare al capitolo i. “Humanities e innovazione sociale. Individui, istituzioni, comunità”, discuto il caso del ricercatore innovativo, e se sia possibile stabilire connessioni (in senso bruniano: “vincoli”) tra creatività a partecipazione; e a quali condizioni (qui. Il download è libero).

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Qui
il mio contributo a Università 3.0, il libro di ROARS (eCommons, Roma 2015).

Il libro di Roars

01/04/2015

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Ecco il libro che raccoglie la storia del blog collettivo Roars. Return on Academic Research. Ad oggi 😉

Qui il mio contributo su #Humanities e innovazione sociale #socinn

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E’ appena apparsa la seconda edizione di “Una politica dei beni culturali” di ‪#‎AndreaEmiliani‬, testo cardine della riflessione italiana sulla tutela, apparso una prima volta per Einaudi. A distanza di quaranta anni dalla prima edizione la rilettura rivela margini fantastici e l’immaginazione anche letteraria che sta dietro alle tesi dell’autore. Ne scrivo oggi @ROARS qui.

Sociologi della scienza e psicologi cognitivi tendono oggi a definire “trandisciplinari” le comunità di ricerca allargate che includono, con i ricercatori professionali, anche amministratori o politici, imprenditori, attivisti impegnati nell’ambito sociale e semplici cittadini investiti dalla comune esigenza di risolvere problemi. Ci chiediamo come valutare la ricerca, la sua utilità e il suo impatto sociale? Bene. Ritengo che, a determinate condizioni, dovremmo educarci a riconoscere l’ampiezza del coinvolgimento in forme di attivismo civile, ambientale, digitale etc. come un indicatore estremamente attendibile della produttività e creatività dello scienziato.

Ne scrivo @ROARS qui.

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I dettagli spesso nascondono implicazioni rilevanti. Per esempio. Nell’intervista che Enrico Mentana ha appena condotto in studio con Matteo Renzi per Bersaglio mobile mi ha colpito un passaggio forse destinato a passare sottotraccia, che assume però grande rilievo. Poco più (o poco meno) di un lapsus.

Dunque, i fatti. Interrogato (da Mentana) sui suoi rapporti con Marco Carrai in relazione a presunti conflitti di interesse, Renzi ha risposto sbrigativamente che non ce n’erano, derubricando varie questioni – inclusa quella che mi sta più a cuore, il discusso conferimento di un incarico di curatela di una mostra pubblica a persona sprovvista di requisiti e legata da rapporti personali all’”amico fraterno” – a beghe “fiorentine”. La domanda è: sono davvero “beghe fiorentine”, vale a dire locali? La mia risposta è no.

Immagino che un giornalista meno compiacente avrebbe dovuto incalzare Renzi sulle proprie reticenze, ma non è questo (o non solo) il punto. Mentana si è spinto oltre nel concordare con il primo ministro. Ha aggiunto che tutto ciò era in effetti una “bagattella”. Forse ha inteso riferirsi alla casa graziosamente prestata da Carrai a Renzi. Forse proprio alla mostra. O forse a entrambe le “questioni”. Sta di fatto, ha concluso tranchant, che la notizia croccante di questi giorni è (o sarebbe) un’altra: la Banca Popolare Cinese ha acquistato il 2% delle azioni Eni e Enel.

Dubito che la campagna cinese di acquisizioni azionarie debba essere ritenuta indiscutibilmente prioritaria, se non da punti di vista convenzionali e interni a determinate cerchie sociali. Le questioni di diritto sono (o dovrebbero essere stimate) non meno importanti delle cronache economiche o del Grande Spettacolo del Capitale. Non intendo tuttavia polemizzare con Mentana quanto considerarne le assunzioni da punti di vista distaccati e (per così dire) “etnografici”. Mi limiterò quindi a formulare due ipotesi sperimentali: una sull’opinione mainstream, l’altra sugli storici dell’arte “militanti”.

1_ Nell’accogliere senza esitazione le autovalutazioni di Renzi, Mentana ha espresso istintivamente il punto di vista della maggioranza della classe dirigente politico-economica italiana; maggioranza (a mio avviso) in larga parte prigioniera di un pregiudizio anticulturale che le impedisce di riconoscere le concrete connessioni esistenti tra “ricerca” e lavoro; “cultura” e diritto.

2_ L’attuale discorso storico-artistico è inefficace: fallisce nel compito di correlare “cultura” e economia; “cultura” e politiche delle pari opportunità. Con l’enfasi che lo distingue, posta su “popolo”, “padri costituenti” e “patrimonio”, non riesce a rivolgersi in modo persuasivo a chi già non abbia identiche opinioni, diffidi di pose testimoniali e sia comunque costretto a constatare la rigidità burocratica, l’inefficienza o il soverchiante interesse antiquario di parte dell’apparato pubblico di tutela. Un’agenda politica one issue è destinata a rimanere minoritaria. L’invocazione del “bene comune” con riferimento al “lascito dei padri” (non della conoscenza in quanto tale, della felicità o dell’emancipazione) appare discutibile se non retriva. La causa del patrimonio, per quanto “nobile”, non autorizza chi fa ricerca a sacrificare l’argomentazione razionale e l’attitudine sperimentale alle ragioni della faziosità o della propaganda, come spesso accade.

Torniamo a Bersaglio mobile. A mio parere il caso specifico – il conferimento di una remunerativa curatela a persone che non hanno attività di studio e pubblicazione durevoli e comprovate – costituisce una palese inopportunità, se non una lesione del diritto (ne ho accennato qui, ricostruendo circostanze e contesto*).

Per quanto Renzi e Mentana mostrino di ignorarlo, il loro atteggiamento di sufficienza costituisce una duplice forma di censura. Nega il punto di vista di chi fa ricerca. E infrange un criterio di trasparenza nell’assegnazione di incarichi pubblici. Avremmo necessità di controargomentazioni tempestive e brillanti. Invece, vuoi per mancanza di nuove strategie argomentative o di un maggiore equilibrio autoriflessivo, le retoriche della denuncia adottate da chi scrive di patrimonio potrebbero presto diventare moneta fuori corso.

* Michele Dantini, Matteo Renzi e le politiche della cultura, in: ROARS, 16.3.2014.

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