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E’ curioso. Tutti discutono sul tema dell’istruzione e, a leggere i giornali italiani, parrebbe che nel paese si fosse raggiunta una ragionevole unanimitá almeno su una circostanza: se l’industria italiana perde posizioni questo dipende dall’insufficiente qualificazione del “capitale umano”. Non dalla “scuola che non forma al lavoro”.

Lo ha detto Ignazio Visco a Cernobbio, lo scrive Edmund Phelps sul#Sole24Ore. In altre parole: un’industria che cresce si va a cercare i tecnici dove li trova. Non dipende certo dall’offerta nazionale. Ma l’industria italiana non cresce e non assume, né in Italia né altrove. Se lo sviluppo industriale italiano dei decenni passati ha trasformato molti operai in piccoli imprenditori, oggi volontá e duro lavoro non bastano più. Occorre avere la capacitá di cogliere il mutamento, cioè immaginazione: proprio la cosa che una rigida istruzione tecnica uccide. “E’ facile, ma pericoloso”, ammonisce Howard Gardner, psicologo cognitivo e scienziato dell’apprendimento, “concludere che in futuro ogni indirizzo formativo dovrà essere imperniato sulla matematica, le scienze e la tecnologia”.

Tutto chiaro per tutti dunque? Non proprio. Perché il best seller politico-educativo italiano dell’anno, brandito e celebrato da tutti i maggiori quotidiani nazionali, non è firmato da Visco né da Phelps né (poniamo) da Krugman, ma dall’attuale presidente di Assolombarda e giá responsabile Education [sic] di Confindustria, Gian Felice Rocca, leader di Techint etc. Si intitola Riaccendere i motori e risulta del tutto in controtendenza rispetto alla più autorevole opinione internazionale.

Per Rocca come per le innumerevoli teste d’uovo confindustriali – i soli in definitiva che la nostra classe politica sia davvero disposta a ascoltare – ci sono troppi laureati nel paese. Il progetto è dunque quello del “paese dei periti”.

Qual’è la morale della fiaba? Questa. Se altrove ci si preoccupa di sostenere l’innovazione, dunque l’occupazione qualificata e meglio retribuita, in Italia si preferisce retribuire meno il lavoro. E’ chiaro che un tecnico costa meno, in ingresso, di un laureato: il 15, 20 o 30% in meno. Possiamo considerare questa differenza come l’equivalente di una vigorosa svalutazione competitiva: l’ancestrale risorsa del cummenda italiano. L’ingresso nell’euro ci impedisce di svalutare? Bene. Dequalifichiamo l’offerta di lavoro.

Secondo voi: a quale dei due punti di vista terrá fede la riforma della scuola preannunciata dal premier, dal titolo “la Buona Scuola”?

http://www.roars.it/online/teaching-vs-research-universities-il-punto-di-vista-di-gianfelice-rocca-su-anvur-universita-ricerca-e-innovazione/

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_L’Huffington, 24.7.2014, qui

Il culto per architetture o mobili “misteriosi” e densi di rovina nasce dall’estrema consapevolezza del contrasto tra “progetto” e “capitale”: come pure l’insistenza sulla fatale “incompiutezza” di un qualsiasi edificio, gioiello, tavolo, brocca o piatto. Quanto, dell'”utopia” controculturale, è possibile conservare nell’oggetto di design, e quanto invece è inevitabile tradire? E che cosa, nella presa di posizione ideologica contro la società industriale, è o è stato posa?

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_ROARS, 15.6.2014, qui

Tra gli ispiratori delle recenti riforme universitarie e già presidente del comitato consultivo di ANVUR, Gianfelice Rocca disegna le politiche dell’educazione superiore stabilendo che “il paese ha troppi professori e pochi professionals”. Vediamo con quali conseguenze e implicazioni.

“…Sono nato nel 1966 e ho dunque un rapporto archeologico con gli anni Settanta: nient’altro. Avevo poco più di un anno quando la contestazione studentesca attraversava la penisola. Al tempo del sequestro di Aldo Moro frequentavo la seconda media. Trovo perciò dissociativo, oltreché discriminatorio, invocare misure distruttive dell’autonomia della ricerca rievocando contrapposizioni ideologiche passate.

A mio avviso l’università è (nel senso che deve essere) un luogo di democrazia avanzata, in cui le ragioni del “talento”, dell’indagine critica e dell’autodeterminazione si intrecciano virtuosamente a quelle dell’equità sociale. Al pari di tanti ricercatori e scienziati della mia generazione (o delle generazioni più giovani) ho avviato la mia carriera universitaria sotto le condizioni meno propizie, dopo che reclutamenti indiscriminati ope legis, a cavallo dei decenni Settanta e Ottanta, avevavo saturato i dipartimenti e distrutto le corrette modalità di accesso alle professioni della ricerca. Chiedo quindi di non essere ucciso dagli stupidi missili di una guerra fredda che continua a esistere solo nell’immaginazione patriarcale. Che la discussione segua allettanti linee pragmatiche e verta sulle difficoltà reali di chi in università vive e lavora ogni giorno. Oggi…”

 

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Norimberga, Neues Museum. L’edificio si apre grandiosamente su una piccola piazza prospiciente le mura. La facciata, a vetri, svela interamente l’interno. Le opere d’arte esposte nelle sale sul fronte rimangono sempre visibili: un po’ l’efftto delle case-giocattolo, con gli arredi a vista e la facciata rimossa. Una sala al piano superiore è dedicata Ettore Sottsass jr. Una sorta di monografica permanente, con gran parte dei progetti. Storia d’Italia tra Cinquanta e Ottanta: dalle macchine da scrivere Olivetti ai progetti per Memphis e Alchymia. Che dire? Una macchina da scrivere come Praxis 48 (1964) riflette ancora una progettualità “riformista”, interna alla società industriale e al mondo della produzione. Rimanda a una figura (a un’ideologia) di designer che si interroga sulla tecnologia, l’industria, il lavoro. Con Valentine (1969) e i progetti in chiave “architettura radicale” le retoriche visuali mutano bruscamente. Sperimentare le potenzialità “liberatorie” del “consumo”: questo il proposito in tutta la sua ambivalenza (Pop e anti-Pop, americano e antiamericano, avveniristico e regressivo-puerile). Ne viene fuori un iperstile in chiave Las Vegas, ironico e chiassoso, che sembra proporsi, nell’incredulità generale, di trarsi fuori dalla storia con un gesto unilaterale; e progettare gioco e leggenda.

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