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Leggo ‪#‎GuglielmoForgesDavanzati‬  ROARS Return on Academic ReSearch#ANVUR ‪#‎politicheuniversità‬ e sono colpito dall’allarme per l’individualità creativa – allarme che condivido in pieno (qui). Il rapporto tra ricerca e movimenti mi sembra prezioso per la cultura umanistica in una congiuntura avversa come quella attuale; in Italia e altrove. Ma è un rapporto da considerare in un doppio senso e con accorgimenti specifici. Nel Momento Eureka. Pensiero critico e creatività (Doppiozero CheFare), in particolare al capitolo i. “Humanities e innovazione sociale. Individui, istituzioni, comunità”, discuto il caso del ricercatore innovativo, e se sia possibile stabilire connessioni (in senso bruniano: “vincoli”) tra creatività a partecipazione; e a quali condizioni (qui. Il download è libero).

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_ROARS, 15.6.2014, qui

Tra gli ispiratori delle recenti riforme universitarie e già presidente del comitato consultivo di ANVUR, Gianfelice Rocca disegna le politiche dell’educazione superiore stabilendo che “il paese ha troppi professori e pochi professionals”. Vediamo con quali conseguenze e implicazioni.

“…Sono nato nel 1966 e ho dunque un rapporto archeologico con gli anni Settanta: nient’altro. Avevo poco più di un anno quando la contestazione studentesca attraversava la penisola. Al tempo del sequestro di Aldo Moro frequentavo la seconda media. Trovo perciò dissociativo, oltreché discriminatorio, invocare misure distruttive dell’autonomia della ricerca rievocando contrapposizioni ideologiche passate.

A mio avviso l’università è (nel senso che deve essere) un luogo di democrazia avanzata, in cui le ragioni del “talento”, dell’indagine critica e dell’autodeterminazione si intrecciano virtuosamente a quelle dell’equità sociale. Al pari di tanti ricercatori e scienziati della mia generazione (o delle generazioni più giovani) ho avviato la mia carriera universitaria sotto le condizioni meno propizie, dopo che reclutamenti indiscriminati ope legis, a cavallo dei decenni Settanta e Ottanta, avevavo saturato i dipartimenti e distrutto le corrette modalità di accesso alle professioni della ricerca. Chiedo quindi di non essere ucciso dagli stupidi missili di una guerra fredda che continua a esistere solo nell’immaginazione patriarcale. Che la discussione segua allettanti linee pragmatiche e verta sulle difficoltà reali di chi in università vive e lavora ogni giorno. Oggi…”

 

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_ROARS, 8.6.2014, qui

Disoccupazione e sottoccupazione intellettuale producono oggi in Italia quello che le “politiche identitarie” producevano nei campus degli Stati Uniti tra Ottanta e Novanta: un gioco di censure incrociate e sommarie. Qual è il costo sociale dell’opacitá dei processi di reclutamento? Un’intera generazione è allontanata dalle professioni della ricerca. Hanno senso, in tale contesto, le retoriche identitarie sul “patrimonio” e l’eredità culturale? Se l’universitá produce esclusione, per di più in modi percepiti spesso come illegittimi, ci può essere trasmissione del sapere tra generazioni? Il “discorso culturale” si organizza oggi in Italia per bande rivali autocostituitesi su base anagrafica. Con quali conseguenze? Ne scrivo @ ROARS Return on Academic ReSearch.

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